giovedì 29 novembre 2012

Dalla trasmissione Habitat di TeleReggio del 27-11-2012


Dalla trasmissione Habitat di TeleReggio del 27-11-2012 
(interamente visibile al link), alcuni estratti ...



Introduzione ...


Le conseguenze sul centro sinistra ..

Cosa cambia adesso?

Divergenze con Pagani ..

martedì 13 novembre 2012

Quale SCUOLA?


Il tentato aumento da 18 a 24 ore (a parità di salario) per i docenti di scuola secondaria, rappresenta l’ultimo “sacrificio” chiesto al mondo della Scuola pubblica, depauperata di risorse e delegittimata del suo ruolo. Ricordiamo: il reiterato tentativo di riforma dei cicli; un’autonomia sfociata nella progressiva aziendalizzazione delle istituzioni educative; l’acritico allineamento del sistema d’istruzione italiano a quello di altri Paesi europei; la depauperazione del sistema pubblico d’istruzione a favore di quello privato; la spinta progressiva verso un’idea confessionale dell’educazione (non solo religiosa, ma talvolta anche pericolosamente “etnico-politica”); l’attribuzione di competenze concorrenti tra Stato e Regioni che ha aperto la strada a finanziamenti surrettizi alle scuole private e a modalità improprie di reclutamento su base territoriale.
La SCUOLA è una comunità complessa dove si riflettono le tensioni che attraversano la società. Tensioni alle quali la scuola ha saputo rispondere con l’impegno di tutto il personale scolastico e l’aiuto delle famiglie. Grande assente è stata invece la politica che, priva di orizzonti socioeconomici e culturali, ha voluto imporre riforme scolastiche senza saper prefigurare un modello di società e il ruolo strategico da assegnare in esso al sistema d’istruzione. La SCUOLA non necessita di nuove riforme, bensì di vedersi restituire le conquiste maturate nel corso di decenni con le migliori sperimentazioni didattiche e innovazioni metodologiche; semi di un cambiamento che i decisori politici non hanno saputo coltivare e far crescere. La SCUOLA necessita di strumenti per sviluppare un’autentica autonomia progettuale, di valorizzare le proprie risorse nel sostegno concreto alle strutture che vanno ammodernate secondo criteri architettonici di funzionalità, impatto estetico ed efficienza energetica.La Scuola concepita quale SPAZIO POLIFUNZIONALE CULTURALE può divenire SPAZIO di una SOCIALITÀ che affida alla CONOSCENZA e alla ricerca un ruolo strategico di progresso e di sviluppo anche economico, favorendo il rapporto con il territorio, con le famiglie e gli studenti; creando ponti tra educazione formalizzata e non. L’integrazione dell’offerta formativa deve poter contare su professionalità educative anche “extrascolastiche”, purché ne sia garantita qualità formativa e ne sia tutelato il profilo professionale (per evitare che terzo settore e volontariato siano utilizzati per l‘ulteriore precarizzazione del lavoro).
I GENITORI devono farsi carico di un progetto formativo condividendo le  RESPONSABILITÀ
EDUCATIVE con la scuola. Vanno messe in campo politiche a favore della famiglia, sulla quale non può gravare una dimensione lavorativa socialmente disgregativa ed alienante. La progressiva riduzione dell’orario di lavoro di ogni categoria professionale (e la generalizzata riqualificazione in termini di utilità sociale) rappresenta il principale strumento di riequilibrio di un tempo liberato a favore della riaggregazione sociale e di un nuovo tempo-scuola pianificato su basi qualitative.
Va restituita motivazione alla PROFESSIONE DOCENTE:  non solo attraverso l’adeguata retribuzione stipendiale (da portare a livelli europei), ma soprattutto individuando opportunità di progressioni di carriera diversificate, nella differenziazione di ruoli e competenze della funzione docente. L’ipotesi di una verifica periodica delle competenze (o della creazione di un curricolo professionale progressivamente aggiornato) va vista in ottica riqualificante, e non avversata in modo corporativo.
A livello delle RELAZIONI SINDACALI va ripudiata la visione impiegatizia della docenza. La giusta rivendicazione di stabilizzazione del precariato, non sempre ha preservato la professionalità da discutibili sanatorie basate sulla quantità del servizio prestato più che sulla sua qualità. Va considerata la richiesta di una progressione di carriera sganciata dal mero automatismo dell’anzianità di servizio e dall’unico sbocco offerto dalla carriera dirigenziale. Si devono prevedere azioni di protesta più incisive rispetto allo sciopero.
Per tutte queste ragioni, oltre al mantenimento delle 18 ore d’insegnamento per i docenti di scuola secondaria e, piuttosto, la riconduzione a 18 ore anche della scuola d’infanzia e primaria, vogliamo  perseguire i seguenti obiettivi:
• diminuzione del numero di studenti a massimo 20 per classe
• reintroduzione della possibile organizzazione modulare e di attività condotte in compresenza
• conversione dell’insegnamento di Religione Cattolica in storia dei miti e delle credenze religiose
• investimenti prioritari nella Scuola Pubblica
• investimenti per un’edilizia scolastica di alta qualità, efficienza energetica e impatto estetico
• differenziazione di ruoli nella professionalità docente anche ai fini dell’avanzamento di carriera

Circolo Sapere/Saperi
SEL Reggio emilia

venerdì 19 ottobre 2012

Profumo ….. di Gelmini

Esponenti vecchi e nuovi della classe dirigente allargata (cioè non solo politici, ma anche manager, giornalisti, ecc.) non perdono occasione per dichiarare solennemente che si esce dalla crisi solo con più ricerca e cultura. E’ un fiorire di convegni e seminari intitolati alla società della conoscenza, ai giacimenti culturali, alle risorse umane come componente strategica della competizione internazionale, tutte occasioni utili per una dichiarazione televisiva o un’intervista compiacente. Salvo che da anni con sistematica coerenza, si demolisce l’impianto della scuola pubblica. Fra questi ultimi la Gelmini si è distinta per aver portato il lavoro dei docenti al parossismo, con classi che possono arrivare a 32, tagliando nel contempo le risorse umane ed economiche alle scuole. I docenti hanno mugugnato, ma alla fine si sono adattati, spesso aumentando il lavoro volontario volto a recuperare gli alunni che si perdevano nelle classi pollaio. Io nella scuola ci lavoro. Faccio il tecnico, o come si dice in gergo l’ATA. E vedo come, a fianco di quei pochi che rinunciano e tirano i remi in barca, ci sono numerosi docenti che si danno da fare per offrire opportunità ai loro alunni. Inoltre, da alcuni anni mia moglie ha cambiato professione; da impiegata in un’azienda metalmeccanica a insegnate di lingue. Prigioniero anch’io dei luoghi comuni e delle legende metropolitane mi son detto che finalmente avrebbe avuto più tempo da trascorrere in famiglia. Invece, mentre prima si poteva contare sul fatto che alle 17,30 era in casa, oggi numerose volte arriva alle 18,30 e spesso si chiude in stanza per preparare verifiche, correggere compiti, contattare i colleghi (la trappola dei social network: lavori gratis senza saperlo). Poiché la scuola ha mezzi insufficienti, si è comprata un lettore CD e computer con casse audio, per proporre brani in lingua originale nelle varie classi. E ora fantastica sulla possibilità di acquistare un proiettore video, poiché quelli che la scuola fornisce sono spesso già prenotati o utilizzati da altri docenti. E’ evidentemente vittima della sindrome dell’insegnate missionario, ma senza questa sindrome la scuola pubblica sarebbe già crollata. E’ bene saperlo: quanto di meglio c’è oggi nella scuola si basa sul lavoro volontario dei docenti, sulla loro voglia di seguire gli alunni uno ad uno. Se timbrassero il cartellino farebbero montagne di straordinari, e quindi verrebbero fermati. La proposta del ministro Profumo sembra il naturale completamento del lavoro della Gelmini. L’innalzamento da 18 a 24 ore di insegnamento avrà come conseguenza la cessazione pratica del lavoro di arricchimento dell’offerta formativa che la parte più attenta ed attiva del corpo docente fa. Ed il peggioramento generalizzato della qualità nel rapporto scuola-alunni-famiglie. E’ un provvedimento ingiusto perché avviene a paga immutata, ed avrà conseguenze (che vedremo fra 5 anni) pesanti sulla qualità della formazione degli alunni, che poi sono i nostri figli. La Gelmini è riuscita ad ottenere l’ambito risultato di aumentare il tasso di abbandono scolastico. Profumo riuscirà probabilmente ad innalzare il tasso di analfabetismo. Questo dovrebbero sapere i parlamentari che si accingono a votare su questa proposta. E questo penso dovrebbero chiedere i cittadini a coloro che fra pochi mesi gli chiederanno il voto.
Michele Bonforte

venerdì 5 ottobre 2012

Primarie e concorsi di bellezza


L’iniziativa di 30 deputati PD, capeggiati da Fioroni, critici verso la candidatura di Vendola alle primarie, pone un problema reale, anche se con modalità decisamente rudi. Una coalizione che si candidi a governare il paese deve formulare un perimetro programmatico che tenga insieme tutti, e assicuri una navigazione tranquilla al futuro governo. E’ questo un problema che si pone sia con le coalizioni fra partiti distinti, che dentro partiti, come il PD, che sembrano contenitori di diverse tendenze.
Fioroni tende a risolvere il problema con un sillogismo inaccettabile: il PD ha un proprio programma, ed esso è di fatto il programma di colazione; chi lo condivide fa parte della colazione e dunque si può candidare alle primarie.
Noto come tale posizione non sia quella di Renzi (e di quanti lo sostengono nel PD) che dice “il programma si fa nelle primarie, chi vince propone il suo programma e il suo schema di alleanze”. Per cui secondo Renzi si può partecipare a primarie di coalizione con chi non ti vuole in coalizione.

C’è già da farsi venire il mal di testa.
Bersani propone un’altra variante; la coalizione condivide un programma minimo, i candidati propongono anche diverse letture programmatiche, ma dopo chi vince vincola tutti ad un programma comune. E se poi vi saranno divergenze su temi sensibili, tutto si risolve convocando l’assemblea dei parlamentari della coalizione e decidendo anche con un voto.
E se il mal di testa non vi era venuto sinora, adesso è assicurato.
Avessero dato ascolto a Vendola, che almeno da un anno chiede l’indicazione di un percorso per le primarie per la costruzione del programma su basi ampiamente democratiche, oggi non saremmo a questo punto: candidati che corrono, senza regole e date certe.
Ma siccome si fa con quel che c’è, meglio primarie dell’ultimo minuto, che decisioni calate dall’alto. Meglio che discutano e decidano milioni di cittadini del centrosinistra, che poche decine di dirigenti di partito.
Chiederei solo a Bersani (e Fioroni) di garantire agli elettori di centrosinistra gli stessi diritti democratici previsti dallo statuto del PD per i propri iscritti. E cioè che sulle grandi questioni su cui vi possono essere diverse posizioni dentro la coalizione, si preveda il referendum fra degli elettori. Come le primarie, ma in questo caso non sui nomi ma su singoli temi.
Un esempio per tutti. Cosa sarebbe successo se su acqua bene comune e nucleare si fosse deciso in una assemblea di parlamentari, o si fosse assunto il punto di vista che il PD aveva in quel momento?
Non vi sarebbe stata una fondamentale vittoria e una maturazione del senso comune su questioni che fanno oggi la differenza fra la cultura della sinistra e quella della destra.
Per questo oggi i referendum sul lavoro sono uno strumento a disposizione di tutto il centrosinistra per discutere con il proprio popolo un tema centrale nella crisi economica e sociale che stiamo attraversando. Più che demonizzare le posizioni altrui bisognerebbe avere il coraggio delle proprie idee, sottoponendole al vaglio di una discussione e di una decisione democratica.
Perché se c’è una cosa che la crisi della politica e dei partiti ci manda a dire è che i cittadini vogliono contare e decidere in prima persona, ampliando la sfera della democrazia partecipata e riducendo quella della democrazia delegata.
E le primarie, come i referendum, sono alcuni degli strumenti a disposizione dei cittadini per farlo.


Michele Bonforte

giovedì 6 settembre 2012

Matteo Renzi, conservatore contemporaneo


Ogni volta che ascolto Matteo Renzi, e cerco di farlo con spirito laico e curioso, mi convinco sempre più che rappresenti un autentico conservatore contemporaneo, con la giusta dose di populismo che non può mancare di questi tempi. Ciò che tuttavia stupisce è come nella vulgata comune il sindaco di Firenze appaia piuttosto un innovatore, un riformista radicale, l’uomo che può far sì che qualcosa cambi davvero nel centrosinistra. E’ evidente come questa distorsione comunicativa sia il frutto della stessa società della comunicazione e delle sue spinte sloganistiche e simboliche: Renzi è il rottamatore, punto e basta. Domina l’effimero, la velocità del messaggio, il mezzo e l’estetica comunicativa soffocano il contenuto togliendo spazio a qualsivoglia approfondimento. Renzi accusa chiunque di essere privo di programmi (e talvolta ha ragione) ma omette di evidenziare le proprie idee. Appare incapace di schierarsi su temi fondamentali come i diritti civili, l’idea di un’Europa sociale o liberista, il rilancio di un’economia dei beni comuni in luogo di un profitto individualistico, solo per fare alcuni esempi. In assenza di un pensiero forte trionfa quindi l’estetica comunicativa e lo slogan politico. Non è un caso se il campione in carica del gioco televisivo inventato da Mike Buongiorno, “la ruota della fortuna”, abbia deciso di farsi seguire come un’ombra dall’ex direttore di canale 5 Giorgio Gori: l’uomo del grande fratello, dell’indecenza chiamata reality show, della paccottiglia televisiva che ha rappresentato il cuore del potere berlusconiano. Gli anni Novanta sono quindi il periodo di incubazione culturale dell’antropologia politica che Renzi rappresenta; può presentarsi come innovatore solamente perché le forze progressiste non hanno saputo leggere ed interpretare quegli anni, che continuano così ad essere avvolti da una coltre di fascino e nostalgia. Sono stati invece gli anni della deregolamentazione della finanza, dell’arretramento delle conquiste sociali, della teorizzazione della “guerra umanitaria”, del declino del diritto internazionale, del trionfo delle politiche liberiste che hanno stretto le mani alla gola dei popoli del Terzo Mondo e delle classi popolari in Occidente. Il fallimento di quell’impianto politico e culturale è sotto gli occhi di tutto ed ha assunto il volto crudele della crisi economica e sociale che stiamo attraversando e di cui non si vede la fine. E’ visibile invece il deterioramento della vita democratica, a cominciare dal riemergere in Europa di movimenti nazionalisti e xenofobi e, in Italia, dalla diffusione di un vasto fronte populista che va da Renzi a Grillo, dalla Santanché a Di Pietro. Ma di tutto questo Renzi non parlerà mai, perché un conservatore, per definizione, cura e mantiene l’esistente preoccupandosi che poco o nulla cambi nella sostanza. Forse è per questo che i grandi proprietari dell’azienda Italia cullano l’idea di un trionfo di Renzi e del renzismo. La compatibilità rispetto agli interessi oggi dominanti sarebbe assicurata proprio dall’esasperazione della comunicazione politica, dal cinico investimento fatto sull’assenza di coscienza sociale di tante persone, il vero residuo tossico del berlusconismo. Se a questo aggiungiamo l’inadeguatezza attuale e gli errori strategici commessi negli ultimi quindici anni dalla classe dirigente del centrosinistra è facile comprendere lo spaesamento di tante persone. Tuttavia, la partita è aperta se è vero che Renzi non riesce a convincere uno come me che è ben più giovane di lui. La verità è che le prossime elezioni politiche, e ancor prima le primarie del centrosinistra, si giocheranno tra due visioni del mondo e delle relazioni umane: chi ritiene che vi sia unicamente spazio per la semplificazione populista e chi, al contrario, ritiene che la salvezza del Paese risieda nella consapevolezza diffusa dell’entità delle sfide e dei problemi che abbiamo davanti. I primi vogliono affidarsi a qualche uomo forte e a ristretti circoli illuminati (guarda caso sempre le solite aristocrazie) i secondi invece sono convinti che la soluzione passi dall’impegno dell’uomo comune e dal protagonismo delle forze sociali nel loro complesso. Solo così si può ribadire la natura sociale della democrazia, contro la sua controfigura ridotta a studio televisivo mentre intorno, lontano dalle luci e dallo show, i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più arroganti.

Matteo Sassi

sabato 21 luglio 2012

La sentenza della Corte Costituzionale sull'acqua ripristina lo stato di diritto.


La sentenza della Corte Costituzionale ripristina lo stato di diritto. Il pronunciamento popolare avvenuto con i referendum sull'acqua pubblica ha posto un punto fermo, che non è aggirabile con decreti del governo. Non lo poteva fare il governo Berlusconi, non lo dovrà fare quello attuale, che invece sta cercando di limitare il ricorso a società in house per la gestione dei servizi locali. Parte del decreto legge sulla spending review' è dunque platealmente incostituzionale. Per questo chiediamo che il Parlamento ne prenda atto, cancellando l'art 4 che ha come unico effetto l'espropriazione delle comunità locali dal diritto di decidere come gestire l'acqua e gli servizi locali, la disoccupazione per migliaia e migliaia di lavoratori delle societa' in house.
Il senso del referendum, al di là dei tecnicismi, è stato quello di contrapporsi ad una tendenza più che decennale di privatizzazione dei servizi locali, e fra questi del ciclo idrico. I cittadini ad una domanda politica hanno risposto con un mandato politico: l'acqua andava gestita al di fuori della logica di mercato, dentro quella della garanzia di accesso di tutti ad un bene comune e vitale.
Il mandato ricevuto è questo, ed i tentativi molteplici di "girarci intorno" o con l'ossequio solo formale al quesito referendario, o con un vera e propria opera di svuotamento normativo, altro non sono che operazioni di sovversione istituzionale contro la volontà popolare.
Per venire al nostro territorio, abbiamo salutato con favore l'istituzione del "Forum sull'acqua" da parte della Provincia con esperti provenienti da diverse esperienze ed ispirazioni. Ma pensiamo che il forum debba essere chiamato ad indicare quale strada giuridica e infrastruttura istituzionale e societaria sia la più adeguata a realizzare la gestione pubblica del ciclo idrico.
Va separata nettamente la gestione dei servizi che originano dal territorio, come quello della gestione dei rifiuti e del ciclo idrico, da quelli distribuiti sul territorio, come quelli del gas.  Anche con un approccio creativo alla questione societaria, prevedendo un ruolo attivo non solo degli enti locali, ma anche degli utenti e delle associazioni.
Se poi si analizza la questione all'interno della discussione su una possibile creazione di una multiutility del nord che vada oltre l'attuale Iren, allora la strada dello scorporo da possibile diventa indispensabile.
Rimane tutta la perplessità sui motivi di fondo che dovrebbero portare a questa multiutility del nord. Già la nascita di IREN non si è tradotta in quel successo sperato, ma in una mezza catastrofe. Il gigantismo non realizza economie di scala, anzi crea costi con la creazione di strutture direttive sempre più lunghe e dispendiose. E invece appare certo l'allontanamento della capacità decisionale dai territori.
Tutte cose queste ampiamente dette al tempo dell'istituzione di IREN, e derise dai proponenti (fra cui la presidente della provincia e gran parte dei sindaci) come vecchie ed inconsistenti rispetto alle prospettive luminose dell'andata in borsa.
L'unico argomento con qualche fondamento, pare essere quello del far massa nell'acquisto di gas sul mercato internazionale, o di avere politiche attive sulla promozione dell'energia verde. Ma in ambedue i casi occorrerebbero iniziative anche di scala maggiore, direi nazionale, che passino da una ridefinizione dei compiti e della mission di ENI ed ENEL.

21/7/2012
Bonforte Michele

sabato 14 luglio 2012

Intervista di Michele Bonforte alla Gazzetta


Michele Bonforte, lei è il nuovo coordinatore provinciale di SEL a Reggio. Il centrosinistra, a suo avviso, dove deve andare a parare in termini di alleanze per vincere le prossime politiche ma poi, nel caso, riuscire anche a governare?
«Il centrosinistra deve avere la possibilità di allargarsi. Non è che noi non vogliamo l'Udc. Si prenda ad esempio Milano: Pisapia ha chiamato in giunta Tabacci. Il punto, a dire il vero, è un altro».
E qual è?
«Il punto è che se il rapporto tra Pd e Udc è quello della cosiddetta "buropolitica", vale a dire dei "patti" e dei "caminetti", e dunque delle decisioni calate dall'alto sul popolo della sinistra, allora non ci stiamo».
Quale alternativa proporreste?
«Se il Pd intende proseguire sino allo stremo la strategia di alleanza con l'Udc, deve essere chiaro che ciò non può avvenire sulla testa del popolo delle primarie. Se Casini ha cose da dire o da proporre, le sottometta al confronto democratico della partecipazione popolare.Lei sta dicendo, di fatto, primarie sulle persone ma anche e soprattutto primarie sui programmi.
«Guardiamo ad argomenti come il referendum sull'acqua o il nucleare. Il Pd ha tergiversato per un pezzo, Casini aveva una posizione opposta rispetto alla nostra. Bene: se ci fosse stato il "caminetto", noi esponenti di centrosinistra avremmo finito col rompere rispetto alla maggioranza degli italiani. E saremmo andati avanti in un balletto di posizioni che non finiva più. Sottoponendo al voto popolare le questioni cruciali per il futuro del Paese, alla fine chi sta dentro quella alleanza deve attenersi al programma votato dalla gente. Non deve più accadere quel che si è veriricato con l'Unione: un programma ambiguo che dentro diceva tutto e il contrario di tutto. Le primarie sui contenuti, invece, potrebbero salvare la situazione».
Ma se le cose andassero diversamente?
«Se il Pd sceglierà di sottomettersi ai diktat di Casini, Fini e tecnocrati appena arruolati, allora dovremo essere noi a chiamare a raccolta il popolo della sinistra, per costruire una nuova proposta di governo alternativa al liberismo e all'oscurantismo dei fondamentalisti cattolici».
A proposito di cattolici, che voto dà lei oggi alla giunta Delrio?
«Credo che la giunta meriti un 7».
Dentro c'è un assessore -Matteo Sassi - che è esponenste di SEL
«Senza Sassi il voto è 7-».
Addirittura.
«Matteo sta lavorando in un contesto difficilissimo: occuparsi dei welfare tra tagli e sforbiciate continue non è affatto facile. Ma per Reggio vale lo stesso discorso fatto per il nazionale: va abbandonata l'idea di poter governare sopra la testa degli altri».
Dunque accade.
«Alcuni assessori, e non faccia nomi, pensano, una volta nominati, che per 5 anni possono fare quel che vogliono. Intanto la città subisce. Ma oggi più che mai questa concezione è sbagliata. L'opinione pubblica deve poter dire la propria, e i "funghi" di Rota non ne sono che un esempio. Il metodo della partecipazione dovrebbe essere usato come standard: bisogna proporre le opzioni di scelta, non la scelta già fatta».
A Reggio si vota nel 2014. 0 se ci sono sorprese - magari anche prima. Potrà succedere anche qui quel che è accaduto a Milano e a Genova?
«Beh, raramente noi abbiamo presentato rappresentanti di SEL alle elezioni. Semmai li abbiamo appoggiati. E a Milano, come a Genova, abbiamo vinto. A Reggio tuttavia non sarà compiuta alcuna scelta di bandiera».
Cioè?
«Eviteremo di candidare qualcuno tanto per farlo, ma solo se ha la chiave per interpretare il cambiamento. E' evidente, però, che se a livello nazionale andrà in scena una edizione della politica neoliberista, allora il film non potrà durare».
Intende dire che a livello locale toglierete l'appoggio?
«Per forza. E' una questione di coerenza. A Reggio stiamo ancora pagando i totem del sindaco Spaggiari. Oggi va interpretato il cambiamento, e in quest'ottica credo che il futuro dell'area nord sia il tema clou su cui confrontarsi».