Ristrutturare o fare una nuova scuola? Un comitato di cittadini chiede una consultazione su un tema molto locale, prevista dallo statuto di tutti i comuni. Ma a Cavriago una questione pratica, che si dovrebbe discutere con il buon senso, fa emergere quella che è la cultura di fondo del PD locale: un misto di stalinismo ed arroganza, per cui i cittadini non devono permettersi di mettere in discussione le decisioni dell’apparatnik.
Invece di convincere i cittadini della bontà della scelta della giunta comunale, è un continuo erigere barriere ed ostacoli per impedire che possano esprimersi e discutere.
Gli statuti di tutti i comuni devono prevedere il referendum consultivo. Ogni comune ha certi gradi di libertà su come regolamentarlo, ma Cavriago prevede tutti i meccanismi per impedire che di fatto si possa usare. Alcuni sono assurdi, ma leciti, altri insensati e probabilmente al di fuori dello spirito della legge nazionale che ha imposto i referendum consultivi comunali.
Risulta utile fare un parallelo con le norme che regolano i referendum nazionali per vedere a quali vertici arriva l’inventiva antidemocratica del PD di Cavriago.
A livello nazionale occorrono 500.000 firme per indire il referendum abrogativo (cioè il 0,94% del corpo elettorale). A Cavriago il 9% !!! (a Reggio Emilia è invece un più contenuto 4%). Si penserà ragionevolmente che se le firme richieste sono così tante, almeno le modalità e i tempi di raccolta saranno generosi.
Invece no! Le firme a livello nazionale si raccolgono in 90 giorni (90 anche a Reggio Emilia) mentre a Cavriago in soli 60!!! E per non farsi mancare nulla, l’inizio della raccolta firme è stato fissato al 18 dicembre 2017, in modo da togliere di fatto i 14 giorni delle festività natalizie dai miseri 60 giorni previsti.
Ma, si dirà, se un tema è sentito, questi ostacoli non possono che essere delle semplici seccature. I cittadini accorreranno a firmare, e tutto si metterà a posto.
Invece no! Qui si tocca l’apice. I proponenti il referendum consultivo non possono raccogliere le firme se non autorizzati dal Sindaco medesimo, che si prende 7 giorni per autorizzare un banchetto, e che pubblicamente avverte i promotori di non raccogliere le firme porta a porta (come si fa in ogni altra occasione) pena la nullità delle stesse.
I coraggiosi promotori stanno destreggiandosi con abilità in questa giungla kafkiana, e in due settimane di raccolta hanno messo insieme 450 firme. L’obiettivo di 672 firme (il 9% dei 7467 aventi diritto alla data del referendum costituzionale del 4/12/2016) è vicino e forse si può raggiungere.
Ma no! Ultima novità il 9% non si dovrebbe calcolare sugli iscritti alle liste elettorali residenti (come previsto a Reggio Emilia), ma anche su coloro che superano i 16 anni (sia italiani che immigrati) e sui cittadini all’estero (che sono circa 500). Questi ultimi peraltro difficilmente potranno firmare ed è difficile pensare che l’amministrazione comunale organizzi seggi all’estero per farli votare.
La proposta che dice di spendere i pochi soldi che abbiamo per fare una scuola adeguata ai bisogni dei bambini e di chi ci dovrà lavorare, invece di trasformare un edificio storico in un bunker invivibile, che può avere ben altre utili destinazioni, appare assennata e di buon senso.
Ma contro questo desiderio di partecipare dei cittadini di Cavriago è stato risvegliato un moloch burocratico autoritario insensato ed arrogante.
Vedere il Sindaco pagato da tutti noi, urlare davanti al banchetto della raccolta firme per impaurire i cittadini che vogliono firmare, invece di cercare il dialogo e tessere la coesione necessaria a governare il paese, mette tristezza.
Tristezza per il declino di una persona, e per il declino di un partito, il PD, che pure si chiama “democratico”.
Michele Bonforte (cittadino di Cavriago), ed esponente di Liberi ed Eguali
venerdì 19 gennaio 2018
lunedì 8 gennaio 2018
Abolire le tasse universitarie. Mettere al centro della discussione politica il futuro dei giovani, del nostro sistema formativo, e della stessa competitività come paese.
La proposta di Liberi e Uguali di eliminare le tasse universitarie ha scatenato un vero putiferio. Bene direi, salvo che alcune critiche che presumibilmente pensano di essere da sinistra, denotano quanto la vittoria culturale della destra abbia inquinato persino l’autocoscienza di una certa sinistra. Le critiche da destra infatti sono una conferma delle bontà della proposta.
Per la destra l’accesso all’università deve essere selettivo per censo, perché sostanzialmente ognuno deve stare al suo posto. I discorsi sul merito sono chiacchiere della domenica. Nulla la destra propone e fa per valorizzare il merito o per promuoverlo nelle classi sociali inferiori.
Più curiose le critiche che pensano di essere da sinistra. Si critica sostanzialmente il fatto che la proposta vuole togliere le tasse universitarie a tutti, anche ai ricchi, incrinando il criterio della progressività della tassazione previsto dalla costituzione.
Sarà dunque bene fare uno spiegone, in modo da mettere la discussione su solide basi.
Dunque la tassa universitaria non è una tassa nel senso del linguaggio comune. Per capirci è più simile ai ticket sanitari che all’Irpef. La costituzione fa una netta distinzione fra la tassa/ticket e le imposte sul reddito. Queste ultime devono essere improntate al criterio di progressività, mentre esagerare nelle tasse/ticket per finanziare un servizio è incostituzionale, poiché la tassa/ticket non dipende dal reddito.
Tutte le tasse/ticket colpiscono i redditi più bassi. Vale per la sanità, vale per l’università, vale per gli asili, e così via. In tempi di vacche magre la tendenza a trasformare la tassa/ticket in imposta c’è stata. Ne abbiamo traccia nell'introduzione delle quote esenti per i ticket sanitari e la stessa tassa universitaria, realizzando una specie di legame della tassa/ticket al reddito. O nelle fasce di reddito per la determinazione delle rette degli asili. Quando un amministratore è messo dal governo centrale con le spalle al muro e deve aumentare i ticket o le rette per far quadrare i conti, se può cerca di esentare le fasce più povere della popolazione. E in quelle circostanze è un comportamento meritorio e di sinistra.
La causa di tutto ciò è l’insufficienza del gettito fiscale per finanziare i servizi, spesso dovuto alla riduzione della progressività reale dell’imposizione fiscale (attraverso l’evasione fiscale) o persino alla riduzione formale della progressività (dovuto all'abbassamento delle aliquote più elevate).
Ha senso recuperare dal lato delle tasse/ticket la progressività persa dal lato fiscale?
La risposta è un formidabile NO.
Mentre la progressività fiscale ha solo pregi (chi ha di più paga di più, contribuendo così ad un clima sociale coeso di cui beneficiano tutti, inclusi i più ricchi) la progressività delle tasse/ticket ha anche dei difetti, spesso pesanti.
Essendo infatti le tasse/ticket per servizi a domanda, cioè che devono essere richiesti, la presenza di tasse/ticket più alti per le classi benestanti, che magari si avvicinano al costo effettivo di quel servizio, può indurre, e di fatto induce, le classi benestanti a non domandare più quel servizio pubblico, e a richiederlo direttamente sul mercato.
Si viene a generare un dualismo in cui il servizio pubblico è per i poveri, mentre i ricchi rivolgendosi a quello privato, perdono interesse in quello pubblico, e spesso ottengono di deresponsabilizzarsi fiscalmente dal sostenerlo, determinandone così una riduzione di qualità.
Nel caso della formazione e della ricerca, a questo danno si aggiunge un vulnus democratico, poiché il dualismo nella formazione diviene dualismo nella cittadinanza.
Per tornare alla questione iniziale, già oggi le Università sono finanziate all’80% dalla fiscalità generale. Le tasse universitarie, solo marginalmente servono a finanziare le Università, ma creano una robusta barriera all’ingresso contro cui si scontrano i sogni e i desideri dei figli delle classi meno abbienti, e la possibilità di tutta la società di beneficiare dell’ingegno di questi ragazzi, che invece vengono respinti per motivi economici. Attualmente queste tasse vanno dai 1000 ai 2000 euro. Una in cifra significativa per un lavoratore dipendente. Sono invece una piccola cifra per chi guadagna 10 volte di più. L’effetto concreto delle tasse universitarie è che un servizio pagato prevalentemente dai lavoratori (che non evadono alcunchè), venga usufruito da chi ha una più alta propensione all’evasione fiscale.
Ben venga dunque l’abolizione delle tasse universitarie.
Poi certo andare all’università vuol dire avere altre spese, e di questo bisognerà discutere. Ci vogliono fondi seri per il diritto allo studio.
Ma intanto la proposta di Liberi e Uguali, ha avuto il merito di mettere al centro della discussione politica il futuro dei giovani, del nostro sistema formativo, e della stessa competitività come paese.
Per la destra l’accesso all’università deve essere selettivo per censo, perché sostanzialmente ognuno deve stare al suo posto. I discorsi sul merito sono chiacchiere della domenica. Nulla la destra propone e fa per valorizzare il merito o per promuoverlo nelle classi sociali inferiori.
Più curiose le critiche che pensano di essere da sinistra. Si critica sostanzialmente il fatto che la proposta vuole togliere le tasse universitarie a tutti, anche ai ricchi, incrinando il criterio della progressività della tassazione previsto dalla costituzione.
Sarà dunque bene fare uno spiegone, in modo da mettere la discussione su solide basi.
da wikipedia:
- La tassa è relativa a un servizio di cui un cittadino può decidere se avvalersi o meno, e in generale, non è dipendente né dal reddito né dal costo del servizio richiesto; tramite le imposte si realizza la copertura finanziaria delle leggi e la spesa pubblica. Il finanziamento di opere o atti previsti per legge attraverso una tassazione è contraria al principio di eguaglianza e all'obbligo generale di contribuzione alla spesa pubblica (artt. 3 e 53 della Costituzione)
.….Spesso il termine "tasse" viene usato nel linguaggio corrente per indicare genericamente l'imposizione fiscale. In questo caso è più corretto il termine generico "tributi".
Dunque la tassa universitaria non è una tassa nel senso del linguaggio comune. Per capirci è più simile ai ticket sanitari che all’Irpef. La costituzione fa una netta distinzione fra la tassa/ticket e le imposte sul reddito. Queste ultime devono essere improntate al criterio di progressività, mentre esagerare nelle tasse/ticket per finanziare un servizio è incostituzionale, poiché la tassa/ticket non dipende dal reddito.
Tutte le tasse/ticket colpiscono i redditi più bassi. Vale per la sanità, vale per l’università, vale per gli asili, e così via. In tempi di vacche magre la tendenza a trasformare la tassa/ticket in imposta c’è stata. Ne abbiamo traccia nell'introduzione delle quote esenti per i ticket sanitari e la stessa tassa universitaria, realizzando una specie di legame della tassa/ticket al reddito. O nelle fasce di reddito per la determinazione delle rette degli asili. Quando un amministratore è messo dal governo centrale con le spalle al muro e deve aumentare i ticket o le rette per far quadrare i conti, se può cerca di esentare le fasce più povere della popolazione. E in quelle circostanze è un comportamento meritorio e di sinistra.
La causa di tutto ciò è l’insufficienza del gettito fiscale per finanziare i servizi, spesso dovuto alla riduzione della progressività reale dell’imposizione fiscale (attraverso l’evasione fiscale) o persino alla riduzione formale della progressività (dovuto all'abbassamento delle aliquote più elevate).
Ha senso recuperare dal lato delle tasse/ticket la progressività persa dal lato fiscale?
La risposta è un formidabile NO.
Mentre la progressività fiscale ha solo pregi (chi ha di più paga di più, contribuendo così ad un clima sociale coeso di cui beneficiano tutti, inclusi i più ricchi) la progressività delle tasse/ticket ha anche dei difetti, spesso pesanti.
Essendo infatti le tasse/ticket per servizi a domanda, cioè che devono essere richiesti, la presenza di tasse/ticket più alti per le classi benestanti, che magari si avvicinano al costo effettivo di quel servizio, può indurre, e di fatto induce, le classi benestanti a non domandare più quel servizio pubblico, e a richiederlo direttamente sul mercato.
Si viene a generare un dualismo in cui il servizio pubblico è per i poveri, mentre i ricchi rivolgendosi a quello privato, perdono interesse in quello pubblico, e spesso ottengono di deresponsabilizzarsi fiscalmente dal sostenerlo, determinandone così una riduzione di qualità.
Nel caso della formazione e della ricerca, a questo danno si aggiunge un vulnus democratico, poiché il dualismo nella formazione diviene dualismo nella cittadinanza.
Per tornare alla questione iniziale, già oggi le Università sono finanziate all’80% dalla fiscalità generale. Le tasse universitarie, solo marginalmente servono a finanziare le Università, ma creano una robusta barriera all’ingresso contro cui si scontrano i sogni e i desideri dei figli delle classi meno abbienti, e la possibilità di tutta la società di beneficiare dell’ingegno di questi ragazzi, che invece vengono respinti per motivi economici. Attualmente queste tasse vanno dai 1000 ai 2000 euro. Una in cifra significativa per un lavoratore dipendente. Sono invece una piccola cifra per chi guadagna 10 volte di più. L’effetto concreto delle tasse universitarie è che un servizio pagato prevalentemente dai lavoratori (che non evadono alcunchè), venga usufruito da chi ha una più alta propensione all’evasione fiscale.
Ben venga dunque l’abolizione delle tasse universitarie.
Poi certo andare all’università vuol dire avere altre spese, e di questo bisognerà discutere. Ci vogliono fondi seri per il diritto allo studio.
Ma intanto la proposta di Liberi e Uguali, ha avuto il merito di mettere al centro della discussione politica il futuro dei giovani, del nostro sistema formativo, e della stessa competitività come paese.
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