venerdì 1 giugno 2018

Il fronte repubblicano è un errore che porta ad un disastro

Il governo M5S-Lega al fine è nato. Ma il suo travaglio durato oltre due mesi ha messo a nudo le contraddizioni su cui potrà inciampare questa maggioranza, così come le contraddizioni su cui può incorrere quella che è l’attuale opposizione parlamentare.
E’ già stato fatto notare, ma la questione del rapporto con l’europa incarnata da Paolo Savona l’ha in parte oscurata. Il famoso contratto è intimamente minato da una contraddizione economica insanabile: la Lega propone tagli alle entrate, il M5S aumenti delle uscite. Hanno messo tutto insieme senza sapere come fare a realizzare anche una sola parte degli intenti. Sono realmente d’accordo solo sulla modifica della Fornero, ma troveranno ad aspettarli un primo corposo provvedimento di tagli alle spese per far fronte all'aumento dell’IVA. Se si sperava in un ammorbidimento dei vincoli europei, c’è da dire che tale flessibilità è stata già data a Renzi che l’ha dilapidata in bonus e mance varie.
Per farla breve, ogni provvedimento economico proposto andrà accompagnato da coperture pesanti, che faranno emergere le contraddizioni fra Lega e M5S. Probabile che una forma light di flat tax venga finanziata con un aumento ulteriore dell’IVA (incassano i ricchi, pagano i poveri), e che una forma light di salario di cittadinanza venga finanziato con tagli alla spesa sanitaria (che farebbe insorgere i governatori leghisti).
Più probabile una modifica superlight della Fornero (quota 101 o 102), e provvedimenti bandiera e liberticidi (ma a costo basso) sui diritti dei lavoratori migranti.
Quale dovrebbe essere il compito dell’opposizione? In genere di ostacolare i provvedimenti del governo e di provare a dividerne la compagine.
Qui ci sono tutte le contraddizioni dell’opposizione. Il Pd di Renzi ha auspicato la nascita di questa maggioranza, rifiutandosi di verificare la possibile convergenza programmatica con il M5S. Dunque non punterà a dividere la maggioranza, ma anzi la rinsalderà con il suo tentativo di costruire un fronte repubblicano di tutte le opposizioni intorno al tema dell’europa. Fornendo così a Lega e M5S l’unico argomento su cui possono convergere (quello di una critica più o meno pesante all’europa a trazione tedesca) e su cui possono raccogliere il consenso della stragrande maggioranza degli italiani.
Il fronte repubblicano rischia di rinsaldare la maggioranza Lega-M5S intorno al tema del sovranismo, relegando gli oppositori nel ruolo degli antisovranisti; cioè di chi non guarda all’interesse nazionale ed è più sensibile ai richiami della germania.
Questa tattica, oltre ad offrire a Lega e M5S un facile consenso, rischia di realizzare quello che teme: la nascita di un blocco storico che come quello della DC di 50 anni fa, rischia di consegnare il paese ad una lunga egemonia della destra nazionalista.
Invece occorre provare a dividere il M5S dalla Lega, puntando su temi che parlino alla sua base elettorale e sociale. Provvedimenti per creare lavoro (Piani di investimenti pubblici) per tutelare i diritti dei lavoratori precari (recuperando la carta dei diritti preparata dalla cgil), per realizzare le 5 stelle (acqua pubblica, mobilità sostenibile, sviluppo sostenibile, connettività, ambiente). Occorre una opposizione che saldi quella sociale a quella politica, anche con l’uso di referendum specifici su questi temi.
Come dice Tommaso Montanari: "Un governo senza opposizione in Parlamento: perché la miccia non può diventare l'opposizione alla bomba, la causa non può opporsi al suo effetto, la radice all'albero. E il Pd di destra non è il rimedio al governo della Destra."

venerdì 19 gennaio 2018

Catto-stalinismo a Cavriago

Ristrutturare o fare una nuova scuola? Un comitato di cittadini chiede una consultazione su un tema molto locale, prevista dallo statuto di tutti i comuni. Ma a Cavriago una questione pratica, che si dovrebbe discutere con il buon senso, fa emergere quella che è la cultura di fondo del PD locale: un misto di stalinismo ed arroganza, per cui i cittadini non devono permettersi di mettere in discussione le decisioni dell’apparatnik.
Invece di convincere i cittadini della bontà della scelta della giunta comunale, è un continuo erigere barriere ed ostacoli per impedire che possano esprimersi e discutere.
Gli statuti di tutti i comuni devono prevedere il referendum consultivo. Ogni comune ha certi gradi di libertà su come regolamentarlo, ma Cavriago prevede tutti i meccanismi per impedire che di fatto si possa usare. Alcuni sono assurdi, ma leciti, altri insensati e probabilmente al di fuori dello spirito della legge nazionale che ha imposto i referendum consultivi comunali.
Risulta utile fare un parallelo con le norme che regolano i referendum nazionali per vedere a quali vertici arriva l’inventiva antidemocratica del PD di Cavriago.
A livello nazionale occorrono 500.000 firme per indire il referendum abrogativo (cioè il 0,94% del corpo elettorale). A Cavriago il 9% !!! (a Reggio Emilia è invece un più contenuto 4%). Si penserà ragionevolmente che se le firme richieste sono così tante, almeno le modalità e i tempi di raccolta saranno generosi.

Invece no! Le firme a livello nazionale si raccolgono in 90 giorni (90 anche a Reggio Emilia) mentre a Cavriago in soli 60!!! E per non farsi mancare nulla, l’inizio della raccolta firme è stato fissato al 18 dicembre 2017, in modo da togliere di fatto i 14 giorni delle festività natalizie dai miseri 60 giorni previsti.
Ma, si dirà, se un tema è sentito, questi ostacoli non possono che essere delle semplici seccature. I cittadini accorreranno a firmare, e tutto si metterà a posto.

Invece no! Qui si tocca l’apice. I proponenti il referendum consultivo non possono raccogliere le firme se non autorizzati dal Sindaco medesimo, che si prende 7 giorni per autorizzare un banchetto, e che pubblicamente avverte i promotori di non raccogliere le firme porta a porta (come si fa in ogni altra occasione) pena la nullità delle stesse.
I coraggiosi promotori stanno destreggiandosi con abilità in questa giungla kafkiana, e in due settimane di raccolta hanno messo insieme 450 firme. L’obiettivo di 672 firme (il 9% dei 7467 aventi diritto alla data del referendum costituzionale del 4/12/2016) è vicino e forse si può raggiungere.

Ma no! Ultima novità il 9% non si dovrebbe calcolare sugli iscritti alle liste elettorali residenti (come previsto a Reggio Emilia), ma anche su coloro che superano i 16 anni (sia italiani che immigrati) e sui cittadini all’estero (che sono circa 500). Questi ultimi peraltro difficilmente potranno firmare ed è difficile pensare che l’amministrazione comunale organizzi seggi all’estero per farli votare.

La proposta che dice di spendere i pochi soldi che abbiamo per fare una scuola adeguata ai bisogni dei bambini e di chi ci dovrà lavorare, invece di trasformare un edificio storico in un bunker invivibile, che può avere ben altre utili destinazioni, appare assennata e di buon senso.
Ma contro questo desiderio di partecipare dei cittadini di Cavriago è stato risvegliato un moloch burocratico autoritario insensato ed arrogante.
Vedere il Sindaco pagato da tutti noi, urlare davanti al banchetto della raccolta firme per impaurire i cittadini che vogliono firmare, invece di cercare il dialogo e tessere la coesione necessaria a governare il paese, mette tristezza.
Tristezza per il declino di una persona, e per il declino di un partito, il PD, che pure si chiama “democratico”.

Michele Bonforte (cittadino di Cavriago), ed esponente di Liberi ed Eguali

lunedì 8 gennaio 2018

Abolire le tasse universitarie. Mettere al centro della discussione politica il futuro dei giovani, del nostro sistema formativo, e della stessa competitività come paese.

La proposta di Liberi e Uguali di eliminare le tasse universitarie ha scatenato un vero putiferio. Bene direi, salvo che alcune critiche che presumibilmente pensano di essere da sinistra, denotano quanto la vittoria culturale della destra abbia inquinato persino l’autocoscienza di una certa sinistra. Le critiche da destra infatti sono una conferma delle bontà della proposta.
Per la destra l’accesso all’università deve essere selettivo per censo, perché sostanzialmente ognuno deve stare al suo posto. I discorsi sul merito sono chiacchiere della domenica. Nulla la destra propone e fa per valorizzare il merito o per promuoverlo nelle classi sociali inferiori.
Più curiose le critiche che pensano di essere da sinistra. Si critica sostanzialmente il fatto che la proposta vuole togliere le tasse universitarie a tutti, anche ai ricchi, incrinando il criterio della progressività della tassazione previsto dalla costituzione.
Sarà dunque bene fare uno spiegone, in modo da mettere la discussione su solide basi.
da wikipedia:
  • La tassa è relativa a un servizio di cui un cittadino può decidere se avvalersi o meno, e in generale, non è dipendente né dal reddito né dal costo del servizio richiesto; tramite le imposte si realizza la copertura finanziaria delle leggi e la spesa pubblica. Il finanziamento di opere o atti previsti per legge attraverso una tassazione è contraria al principio di eguaglianza e all'obbligo generale di contribuzione alla spesa pubblica (artt. 3 e 53 della Costituzione)
    .
    ….Spesso il termine "tasse" viene usato nel linguaggio corrente per indicare genericamente l'imposizione fiscale. In questo caso è più corretto il termine generico "tributi".

Dunque la tassa universitaria non è una tassa nel senso del linguaggio comune. Per capirci è più simile ai ticket sanitari che all’Irpef. La costituzione fa una netta distinzione fra la tassa/ticket e le imposte sul reddito. Queste ultime devono essere improntate al criterio di progressività, mentre esagerare nelle tasse/ticket per finanziare un servizio è incostituzionale, poiché la tassa/ticket non dipende dal reddito.
Tutte le tasse/ticket colpiscono i redditi più bassi. Vale per la sanità, vale per l’università, vale per gli asili, e così via. In tempi di vacche magre la tendenza a trasformare la tassa/ticket in imposta c’è stata. Ne abbiamo traccia nell'introduzione delle quote esenti per i ticket sanitari e la stessa tassa universitaria, realizzando una specie di legame della tassa/ticket al reddito. O nelle fasce di reddito per la determinazione delle rette degli asili. Quando un amministratore è messo dal governo centrale con le spalle al muro e deve aumentare i ticket o le rette per far quadrare i conti, se può cerca di esentare le fasce più povere della popolazione. E in quelle circostanze è un comportamento meritorio e di sinistra.
La causa di tutto ciò è l’insufficienza del gettito fiscale per finanziare i servizi, spesso dovuto alla riduzione della progressività reale dell’imposizione fiscale (attraverso l’evasione fiscale) o persino alla riduzione formale della progressività (dovuto all'abbassamento delle aliquote più elevate).

Ha senso recuperare dal lato delle tasse/ticket la progressività persa dal lato fiscale?
La risposta è un formidabile NO.

Mentre la progressività fiscale ha solo pregi (chi ha di più paga di più, contribuendo così ad un clima sociale coeso di cui beneficiano tutti, inclusi i più ricchi) la progressività delle tasse/ticket ha anche dei difetti, spesso pesanti.
Essendo infatti le tasse/ticket per servizi a domanda, cioè che devono essere richiesti, la presenza di tasse/ticket più alti per le classi benestanti, che magari si avvicinano al costo effettivo di quel servizio, può indurre, e di fatto induce, le classi benestanti a non domandare più quel servizio pubblico, e a richiederlo direttamente sul mercato.
Si viene a generare un dualismo in cui il servizio pubblico è per i poveri, mentre i ricchi rivolgendosi a quello privato, perdono interesse in quello pubblico, e spesso ottengono di deresponsabilizzarsi fiscalmente dal sostenerlo, determinandone così una riduzione di qualità.
Nel caso della formazione e della ricerca, a questo danno si aggiunge un vulnus democratico, poiché il dualismo nella formazione diviene dualismo nella cittadinanza.

Per tornare alla questione iniziale, già oggi le Università sono finanziate all’80% dalla fiscalità generale. Le tasse universitarie, solo marginalmente servono a finanziare le Università, ma creano una robusta barriera all’ingresso contro cui si scontrano i sogni e i desideri dei figli delle classi meno abbienti, e la possibilità di tutta la società di beneficiare dell’ingegno di questi ragazzi, che invece vengono respinti per motivi economici. Attualmente queste tasse vanno dai 1000 ai 2000 euro. Una in cifra significativa per un lavoratore dipendente. Sono invece una piccola cifra per chi guadagna 10 volte di più. L’effetto concreto delle tasse universitarie è che un servizio pagato prevalentemente dai lavoratori (che non evadono alcunchè), venga usufruito da chi ha una più alta propensione all’evasione fiscale.
Ben venga dunque l’abolizione delle tasse universitarie.
Poi certo andare all’università vuol dire avere altre spese, e di questo bisognerà discutere. Ci vogliono fondi seri per il diritto allo studio.
Ma intanto la proposta di Liberi e Uguali, ha avuto il merito di mettere al centro della discussione politica il futuro dei giovani, del nostro sistema formativo, e della stessa competitività come paese.

giovedì 14 dicembre 2017

Che fare?... dopo il voto chi e come decide?

Aver conseguito l'obiettivo di una lista comune a sinistra, autonoma dal PD di Renzi è molto importante, e premia la perseveranza e la pazienza di Sinistra Italiana, che a questo obiettivo ha lavorato fin dalla sua nascita. La convergenza sul nome di Grasso, ed il possibile arrivo di altre personalità come la Boldrini, rendono l’operazione credibile e capace di allargarsi oltre il perimetro della sinistra strettamente intesa. I tempi ridotti hanno imposto procedure sbrigative, che hanno causato perplessità legittime.
Che si possono superare se l’elemento del protagonismo dal basso viene recuperato nella definizione delle idee guida della campagna elettorale.
Oltre 40.000 persone hanno partecipato, registrandosi, alle assemblee di base che hanno discusso ed eletto i delegati territoriali. Su questa comunità occorre investire, per allargarla e per renderla la legittima sede della decisione del programma e delle candidature. Solo così si potrà mobilitare quel protagonismo diffuso che è una delle poche risorse che possiamo investire in questi pochi mesi.
La particolarità della campagna elettorale che stiamo per intraprendere è che il ritorno ad un sistema prevalentemente proporzionale rimanda al dopo voto le scelte sulle maggioranze e le alleanze possibili.
Per questo la nostra proposta programmatica sulle idee guida di una rinascita sociale, economica, ambientale ed etica del paese sarà credibile solo se legata al che fare dopo il voto.
Non possiamo ignorare che su questo punto si concentrerà la pressione per il voto utile del PD e l’interesse dei media. Abbiamo la necessità di una nostra proposta per dopo voto, anche per evitare che ci vengano attribuite posizioni e decisioni che rischiano di ridurre il successo della lista.
Occorre allora che sia esplicitamente previsto che la partecipazione ad una maggioranza della lista di Liberi ed Eguali avverrà solo dopo un referendum fra gli aderenti al processo, facendo di questo un punto dirimente che riporti al nostro popolo la decisione ultima, e dia anche un forte incentivo all'allargamento della platea degli aderenti.
Non possiamo nasconderci che questa legge elettorale può condurre a scenari diversi nel dopo voto, anche con piccole variazioni dei consensi alle diverse liste. In ordine di probabilità decrescente, ci potrà essere una maggioranza FI-PD, una maggioranza di destra, una maggioranza M5S-Sinistra, o una maggioranza PD-Sinistra.
La legge elettorale impone una coalizione post voto, e dunque la stessa discussione programmatica prima del voto serve più ad avere gli ingredienti di una possibile sintesi dopo il voto, che non un mandato stringente.
La nascita di Liberi ed Eguali è di grande importanza per il futuro della sinistra in Italia ed in Europa. Ma saremo sottoposti a spinte centrifughe sia prima che dopo il voto. E non saranno tanto i singoli temi programmatici, su cui inevitabilmente si registreranno diverse sensibilità, a creare tensione, ma le scelte di schieramento.
La proposta di decidere con un mandato diretto dei nostri aderenti rende governabile questo passaggio, e ci può permettere di guardare con fiducia alla creazione di un quarto polo di sinistra.

lunedì 4 dicembre 2017

La parabola di Renzi si è conclusa, ma lui non lo sa.

Renzi è (politicamente) un morto che cammina. Incapace di fare il bilancio di un disastro, pensa di poter dare lui le carte, e trascina con sé tutto il PD. In nessun altro paese si potrebbe assistere ad un fallimento politico così plateale senza un ritiro a vita privata.
La meteora di Renzi era assisa al successo promettendo di riuscire dove gli altri (Bersani in primis) avevano fallito: rottamare Berlusconi e svuotare i 5 stelle.
Oggi Berlusconi è animato da un nuovo vigore, malgrado l’età,con una destra vicino al 40% e il M5S è solidamente attestato intorno al 30%. Tutto ciò dopo che Renzi le ha provate tutte per affermare il proprio progetto politico: cacciare fuori dal pd chi lo ostacolava, attaccare la costituzione, aggredire i diritti dei lavoratori, dare mano libera alla devastazione del territorio, scardinare la scuola pubblica, e così via.
Aveva promesso che se sconfitto si sarebbe ritirato a vita privata, e un pò ci avevamo creduto. Invece ha stretto il PD in una morsa ferrea, trasformandolo in un partito personale, con cui provare a mantenere un ruolo nel futuro gioco politico. Ha fatto un patto con berlusconi su una legge elettorale che favorisce il centrodestra, in cambio di un accordo per governare insieme dopo le elezioni.
La vittima di questa pirateria politica è il PD. Un partito immolato sull’altare del destino personale di Renzi, che probabilmente non sopravviverà al suo declino.
Ci chiediamo dunque cosa ci stiano a fare i Cuperlo, i Pisapia, gli Orlando ecc. in quel partito? Non sono turbati da quanto sta accadendo? Non vedono come sia inutile ed ancillare il loro ruolo?
Per scongiurare il ritorno della destra al governo occorre battere Renzi ed il suo PD.
Ogni voto dato a Renzi andrà a Berlusconi. Più probabilmente per fare un governo insieme. O nel caso più improbabile di un travolgente successo del PD, per fare le politiche della destra senza che la destra si sporchi le mani.
Oggi c’è una nuova proposta.
Liberi ed uguali. 
Una proposta in grado di costituire una radicale alternativa a questo Pd, certamente alla destra, ma anche all’incerto M5S.
Una speranza per non morire disperati. Una possibilità per non rassegnarsi a nuovi fascismi e alla cultura di morte e dis-umana che avanza.
Oggi è possibile ridestare dal torpore chi in questi anni si è allontanato, lasciando il campo libero alle culture della destra. La scesa in campo di Piero Grasso è un valore aggiunto. Un volto pulito, un non leader, una vita a difesa della giustizia, che oggi parla della necessità delle giustizia sociale, di una svolta nelle politica economica e sociale per dare dignità e futuro ai giovani. Con lui tanti, giovani o meno, che vogliono superare gli errori e le sottovalutazioni che ci hanno portato nell’attuale situazione, e che vogliono una svolta. Insieme, per essere realmente liberi ed eguali.