venerdì 28 febbraio 2014

Quanto vale la parola di Matteo Renzi?

Michele Bonforte
Gira sui social network un post molto sintetico e per questo efficace.

Matteo Renzi:
Mai al governo senza elezioni. Fatto!
Mai un governo con il centro destra. Fatto!
Berlusconi a casa. Fatto!
Letta stai sereno! Fatto!
Nessuno di noi ha chiesto di andare al governo. Fatto!
Mi ricandido a fare il sindaco per altri 5 anni. Fatto!

La cosa preoccupante è che forse nei prossimi giorni si potrà continuare con questo elenco di totale smentita degli impegni che Renzi ha preso alle primarie, e che probabilmente gli hanno permesso di vincerle. La conquista della poltrona di Palazzo Chigi è avvenuta senza che sia stato proposto un coerente programma di governo. Slogan, suggestioni, battute, alcune allusioni, ma nulla che possa far immaginare cosa farà questo governo nei prossimi mesi. Abbiamo un governo che si basa sulla volontà di fare, e di fare anche in fretta. Dovremo aspettare poco per sapere esattamente quale direzione prenderà il governo.
Il punto cruciale sarà, come sempre, la questione economica. Alcuni giornali si sono provati a dare una cifra ai vari impegni di Renzi, arrivando a stimare in circa 80 miliardi la cifra necessaria a farvi fronte. Già la cifra appare enorme, se la paragoniamo ai 4 miliardi di ex-IMU intorno a cui si è balloccato il governo Letta per 6 mesi. Ma anche ad avere tutti questi soldi, non è chiaro nemmeno quali effetti si voglioano determinare.

Prendiamo la misura più agitata: 10 miliardi per la riduzione del cuneo fiscale.
Qui la confusione regna sovrana, sia su come farlo, che sugli effetti attesi.
Se si taglia l’IRAP, si toglie una tassa sulle imprese, che non produce di per se nessun nuovo posto di lavoro. Le imprese saranno contente di pagare un po di tasse in meno, ma se assumere o no dipende innanzitutto dalle prospettive di vendere quello che si produce. E chi lavora per il mercato interno oggi non vede affatto queste prospettive.
Se si taglia l’IRPEF sui lavoratori si fa una cosa benemerita, e forse qualche soldo in tasca in più può far ripartire la voglia di spendere. Ma anche di ripristinare i risparmi che in questi anni sono stati intaccati. E dunque se l’effetto sul benessere dei lavoratori è sicuro, meno lo è quello sull’occupazione, soprattutto se il taglio del cuneo fiscale si finanzia con un taglio alla spesa pubblica.

Mi spiace ammetterlo, ma questa volta sembra avere ragione Confindustria: per far riprendere l’occupazione e la domanda interna ci vuole una ripresa degli investimenti. Si potrebbe obbiettare che sono loro che in questi anni hanno spostato i loro soldi dagli investimenti produttivi alla finanza, che hanno delocalizzato produzioni, ecc. e lo faremmo a ragion veduta.
Ciò non toglie che per far riprendere l’occupazione e la domanda interna ci vuole veramente una ripresa degli investimenti. Di quelli pubblici e di quelli privati. Perché nuovi investimenti hanno l’effetto di creare lavoro, e di fornire reddito a chi oggi non ne è ha proprio, e dunque lo impiegherebbe prevalentemente per il proprio sostentamento, facendo decollare la domanda interna.
Può essere più efficace per la creazione di lavoro la promessa di un piano di ristrutturazione degli edifici scolastici che non il taglio del cuneo fiscale.
Per questo il piano presentato da SEL, chiamato Green New Deal, sembra il più adeguato allo scopo.
Concentrare 17 miliardi nei settori ad alta intensità di lavoro, quindi nel risanamento delle scuole, nella ristrutturazione degli ospedali e nella manutenzione del territorio per contrastare il dissesto idrogeologico.

Un suggerimento per Renzi. Copialo pure, noi siamo copyleft.

lunedì 17 febbraio 2014

Tafazzi, la sinistra e le primarie a Cavriago.

Michele Bonforte

La sinistra ha una innata tendenza al tafazzismo, cioè a farsi male da sola.
Le primarie per il sindaco di Cavriago sono un esempio da manuale. La sinistra interna al PD, la cosiddetta area Civati, ha di recente vinto il congresso locale. Non è un fatto da poco, perché accade in pochi posti, ma è in linea con la storia di Cavriago ed il suo orientamento politico fortemente di sinistra. E difatti oltre ad un Pd civatiano, la cittadina del busto di Lenin, registra anche la presenza di una forte sinistra extra-PD, che alle ultime elezioni comunali presentava due liste, con circa il 20% di voti.
Malgrado tanta sinistra-sinistra in giro per il paese, le primarie sono state vinte dal candidato più moderato, che non aveva fatto mistero delle proprie intenzioni di privatizzare almeno parte dei servizi comunali per l’infanzia. Certo il vicensidaco Paolo Burani aveva dalla sua esperienza e appoggi, rispetto alla sfidante Maura Bardi. Ma quello che ha fatto la differenza è il tafazzismo della sinistra.
Intanto le primarie erano solo del PD, in controtendenza rispetto al comune capoluogo dove invece sono di coalizione. A guardare i numeri la cosa può aver fatto la differenza. Su 1.100 elettori Burani vince con un distacco di circa 200. La partecipazione dell’elettorato di sinistra avrebbe potuto ribaltare la situazione.

E’ questa una cosa che personalmente avevo detto mesi fa al segretario del PD di Cavriago. Stefano Corradi è da poco il nuovo segretario del PD. Eletto come sostenitore di Civati, appena pochi anni fa si era candidato contro il PD nella lista di sinistra “Cavriago Comune”. Un bel pedigree di sinistra insomma. Cosa era difficile capire nel fatto elementare che se si escludeva dalle primarie l’elettorato di sinistra, si sarebbe avvantaggiato quello più moderato? E quale razionalità politica porta un esponente dell’area Civati a marginalizzare la sinistra fuori dal PD, mentre tutto il PD reggiano ed emiliano lavora alla coalizione?
Ora che un paese come Cavriago dove la sinistra-sinistra è maggioranza, venga consegnato ad sindaco a dir poco moderato, è il capolavoro della stoltezza e dell’insipienza di una sinistra tafazziana, che per il gusto di litigare al suo interno non si avvede della vandea alle porte.

venerdì 14 febbraio 2014

I dolori del giovane Renzi

Michele Bonforte

L’aveva fatta semplice Renzi, ed in tanti ci avevano creduto. Aveva riso dei tentativi di Bersani di agganciare il M5S, aveva fatto fuoco e fiamme contro l’inciucio con la destra che aveva fatto nascere il governo Letta. Ma la semplice strategia “voto - vinco - poi governo” ha subito uno stop a causa della Corte Costituzionale. Abolito il porcellum e ripristinato il proporzionale, l’esito di un eventuale voto anticipato rischiava di eternare le larghe intese. Allora, preso coraggio, e sfidando le prevedibili accuse di inciucio, concorda un bel porcellum con doppio turno eventuale proprio con l’avversario di sempre: Berlusconi. Adesso si può pensare ancora al “voto - vinco - poi governo”.
Ma un conto è dire un conto e fare.
La bozza di legge elettorale invece di essere approvata con un bliz, comincia a mostrare crepe pesanti. Sembra fatta per favorire la coalizione di centro destra, e penalizzare quella di sinistra. Forse non è così facile vincere se si compatta la destra e si divide la sinistra. E non è da escludere che la Corte Costituzionale (che ci ha preso gusto) non stronchi anche l’italicum, che per certi versi è peggio del porcellum.
Così Renzi decide: si cambia schema. Non potendo più adottare lo schema “voto - vinco - poi governo” si passa allo schema “ora governo - vinco - alla fine voto”.
Con un altro bliz, si tira giù Letta con una manovra classicamente democristiana. E’ cambiato il segretario del partito di riferimento, deve cambiare il Presidente del Consiglio. Gli riuscirà la manovra? Letta di sicuro verrà fatto fuori, ed un nuovo governo Renzi si insedierà, con un bel codazzo di volti nuovi, così per settimane discuteremo di quanto sono belli e nuovi.

Ma cosa farà Renzi di nuovo sul terreno decisivo della politica economica e sociale?
Certo parte avvantaggiato: il governo Letta doveva attuare la politica economica decisa da Berlusconi: menu IMU sui ricchi, più TARES per tutti (anche i poveri).
Ma a Renzi si chiederà un cambio di passo: risultati grossi e subito.
Riuscirà a tagliare il cuneo fiscale per rilanciare l’occupazione? E chi pagherà i 10-15 miliardi necessari? Riuscirà a sforare il vincolo del 3% imposto dall’Europa per un piano di investimenti pubblici? E perché la Merkel dovrebbe concedere a lui quello che non ha concesso a Letta?
E sopratutto farà cose di sinistra con i voti di Alfano? O dovrà cercare il consenso di SEL e del M5S?
Ma così, come nel gioco dell’oca, si torna al punto di partenza.
Cioè al Febbraio 2013, quando la destra ha perso, la sinistra non ha vinto, il M5S ha messo in stallo tutti e 101 parlamentari PD hanno fatto fuori Prodi per incoronare Napolitano e larghe intese.

mercoledì 5 febbraio 2014

Presidente Napolitano: basta austerity. Bene, ma la tendenza inaugurata da Electrolux ad abbassare le retribuzioni rischia di aggravare la recessione.

Michele Bonforte

Che la voce del presidente Napolitano si aggiunga a quanti, da anni, vedono nelle politiche di austerity un pericolo per la democrazia, non è cosa scontata o da passare sotto silenzio.
Una crisi economica così grave ha molte cause, ma alcune sono al fondo di essa.
La diseguaglianza economica e sociale che si è prodotta in questi ultimi 20 anni è una delle cause profonde, se non la principale.
I lavoratori e le classi medie sempre più povere hanno potuto spendere sempre meno, causando una riduzione generalizzata della domanda interna. In parte hanno anche consumato a debito, alimentando un castello finanziario che è crollato per insolvenza. I ricchi lo sono sempre più, ed hanno impiegato questi soldi non per investire (anche perché quando non si vende, su cosa investire?) ma per prestarli, alimentando investimenti finanziari alla vorticosa riceca di impiego in tutto il mondo.
Nel nostro paese si è aggiunta una crisi del debito pubblico che è prevalentemente causato dalla capacità di una grossa frazione del ceto benestante di evadere ed eludere le tasse.
La riduzione della domanda (sia pubblica che privata) ha appesantito la crisi che spirava dagli USA. Per questo le politiche di austerity europee hanno aggravato la malattia invece di curarla, portando chi aveva la febbre (grecia) al coma.
La principale misura economica del governo Letta, la confusa abolizione dell’IMU, ha ridotto questa tassa ai ceti benestanti, per l’introdurne una sostitutiva per gli enti locali, che grava prevalentemente sui ceti medio-bassi.
Milioni di persone vivono peggio di prima, sotto la soglia di povertà relativa. Questa condizione invece di essere temporanea appare ai più definitiva.
L’unica politica anticrisi seria sarebbe un generale aumento delle retribuzioni, coperto con una riduzione dei privilegi dei ricchi. Privilegi nei redditi dei manager pubblici, di quelli privati, dei pensionati d’oro, degli evasori fiscali, dei turisti del fisco che vivono in italia e pagano le tasse nei paradisi fiscali, ecc.
Invece sta prendendo piede un’altra via, che probabilmente ci porterà alla catastrofe economica e democratica: la riduzione del 30% delle retribuzioni. Il caso Electrolux ha portato alla luce quella che è una tendenza che da mesi percorre le aziende: comprimere i salari per essere competitivi.
Se questa tendenza vincerà, la singola azienda potrà galleggiare per alcuni mesi, ma dopo affonderà insieme alle altre, per la mancanza di acquirenti interni. Lavoratori con retribuzioni polacche che devono comprare a prezzi tedeschi (euro-marchi) affluiranno copiosi ai raduni antieuro.
Se la repubblica di Weimar morì d’inflazione, le repubbliche d’Europa rischiano di morire di deflazione.
E sul dopo non vè certezza.

Le primarie strumento di confronto democratico e di partecipazione popolare, efficace risposta alla dilagante sfiducia verso la politica.

Michele Bonforte

Si è conclusa in questi giorni la raccolta di firme a sostegno dei partecipanti alle primarie dalle quali uscirà il candidato sindaco del centrosinistra alle prossime elezioni amministrative nel comune di Reggio Emilia. Come è noto, Sinistra Ecologia Libertà ha sostenuto nella raccolta di firme (1186 quelle presentate) e sosterrà nella campagna per le primarie la candidatura a sindaco di Matteo Sassi (assessore comunale alle politiche sociali), nel quadro di una rinnovata alleanza di centrosinistra per il governo della città.
Se nel comune capoluogo si sono costruite unitariamente le condizioni per la conferma e il rilancio di tale alleanza, non altrettanto si può dire per altri comuni della nostra provincia, ove pure in maggio si voterà per il rinnovo dei consigli comunali. Infatti, emerge da parte del PD la tendenza a considerare le primarie una opzione praticabile soltanto se, quando e come risulti utile, conveniente, funzionale alle proprie esigenze del momento, sia rispetto alle dinamiche interne di partito, sia rispetto ai rapporti esterni con altre forze del centro-sinistra. Accade così che in un comune il PD decida di cambiare il sindaco dopo il primo mandato senza nemmeno porsi il problema delle primarie; in altri comuni decida di confermare il sindaco uscente, senza passare dalle primarie anche laddove gli alleati (o potenziali alleati) le richiedono; in altri ancora decida di fare le primarie di partito solo tra due propri candidati, salvo poi cercare di coinvolgere SEL quando uno dei due si ritira, lasciando l’altro senza competitore.

Così proprio non va. Le primarie non possono essere una carta da giocare in un modo o nell’altro, o magari da non giocare affatto, a seconda delle (presunte) convenienze di un partito, sia pure quello più grande. Sono invece uno strumento trasparente di confronto democratico e di partecipazione popolare, a disposizione non dei partiti ma dell’elettorato del centrosinistra. Devono essere esigibili, con regole certe, da parte dell’elettorato, e non alla discrezione dell’uno o dell’altro partito, così come avverrebbe se le primarie, come auspicato da tanti, fosse regolamentate per legge.
Noi pensiamo che possono favorire il rilancio e la legittimazione dei candidati sindaci, nonché delle coalizioni e dei programmi che li sosterranno. Devono essere - tanto più in una fase politica come quella attuale - una efficace risposta alla dilagante sfiducia verso la politica, una sfida in positivo a chi tenterà, anche nella nostra provincia, di strumentalizzare la sfiducia a fini di battaglia politica contro il centro-sinistra.