mercoledì 4 settembre 2013

Intervista Michele Bonforte a ReggioNelWeb


del lavoro e della
 Resistenza - il perno del cambiamento”







ReggioNelWeb.it 4/9/2013
Oggi si inaugura la festa regionale di “Sinistra Ecologia Libertà”. Quali sono le vostre aspettative?
Di rilanciare la comunicazione a sinistra. Abbiamo scelto il Fuori Orario perché è un luogo che da anni favorisce l'incontro fra chi vuole cambiare una situazione sociale ed economica insopportabile ai più.
Per noi la sinistra è cambiamento, è prospettiva.

La vostra kermesse termina con un incontro dove vi confronterete insieme al PD e ai grillini locali. Interlocutori amici o avversari?
Questi anni di crisi, questi decenni di egemonia del liberismo, ci consegnano un dolore sociale a cui bisogna dare risposta qui ed ora. O rischiamo di vedercelo ritorto contro dal primo populismo che risulti essere credibile. Noi intendiamo porre domande. Al PD se vuole semplicemente gestire questa sofferenza sociale o se sa indicare un percorso di cambiamento forte. Al M5S se credono che bisogna cambiare ora, o se pensano di aspettare un crollo del sistema di cui difficilmente si possono prevedere gli esiti politici e sociali.

Che tipo di consenso intercetta oggi Sel?
Lo definirei un consenso politicamente informato, che cerca un orizzonte. Di chi sostiene che questo non è l’unico nè il migliore dei mondi possibili. Di chi vede nella sinistra, ancorata ai valori del lavoro e della Resistenza, il perno del cambiamento.

Cosa pensa dell'attuale situazione politica nazionale?
Nelle ultime elezioni politiche vi è stata una forte mobilità elettorale. Per la prima volta da decenni la destra è minoranza e non supera il 35%. Un’occasione irripetibile per avviare l’alternativa. C’è nel Pd e nel M5S chi porta la responsabilità di aver sprecato questa occasione, per interessi miopi di parte. Certamente i 101 parlamentari del Pd che hanno votato contro Prodi sono fra questi. Ma anche la chiusura del M5S ha favorito una situazione che nessuno, nell’elettorato di Pd, Sel e M5S, voleva.

E del governo insieme alla destra?
Il governo Letta non sta toccando la causa principale della crisi, che è la forte disuguaglianza sociale che da ai più ricchi sempre più soldi per speculare e toglie ai più poveri che sono costretti a spendere sempre meno. Il caso dell’IMU è esemplare: per toglierla anche ai ceti benestanti, non solo non avremo risorse per politiche di sviluppo, ma da subito dovremo pagare la nuova Service Tax. Per cui chi pagava molto di IMU ci guadagna, chi era già esentato o ne pagava poca ci rimetterà. Un bel caso di Robin Hood al contrario. Tutto ciò avviene perché se si chiude il dialogo a sinistra, ci si consegna legati ai ricatti di Berlusconi, che si sta preparando per una nuova campagna elettorale dove recuperare i 6 milioni di voti persi l’ultima volta.

Amministrative reggiane 2013: se fosse necessario, preferireste una coalizione alleata con i Berlusconiani o con i grillini per il governo della città?
Io vorrei una alleanza di sinistra la più larga possibile, ma soprattuto vorrei una alleanza fra politica e coscienza civile del popolo di sinistra. Oggi non è possibile governare le città dall’alto. Ci sono competenze ed energia civile diffuse senza le quali non si può affrontare creativamente il governo del territorio. Il Pd poi ha un problema di credibilità: a Roma con il PdL che taglia le risorse ai Comuni, e nelle città se ne lamenta. Per questo la prossima stagione politica deve essere basata sulla partecipazione e sulla decisione dal basso.
Dobbiamo chiedere al popolo di sinistra, a chi vuole il cambiamento, non solo di scegliere il Sindaco con le primarie, ma anche di dare la direzione e l’agenda delle scelte politiche da fare. Se poi fossi costretto a scegliere fra una coalizione Pd-PdL e M5S non avrei dubbi. Come è già avvenuto pochi mesi fa a Ragusa sceglierei la coalizione alternativa con il M5S.

Tre punti fondamentali di distinzione fra Sel e il PD.
Le differenze stanno tutte dentro il progetto che ha fatto nascere il Pd come contenitore politico. Alla sua base c’è la convinzione che per governare il paese bisogna conquistare il cosiddetto centro moderato. Da ciò deriva la totale cedevolezza sui contenuti. Da quando è nato, il Pd cerca o si inventa un interlocutore di centro a cui poi sacrificare le posizioni della sinistra su diritti civili, diritti del lavoro, ecc.
Quello che è successo nel referendum su acqua e nucleare e alle ultime elezioni politiche è una clamorosa smentita di questa assunto di base. La destra si sconfigge con il coraggio di posizioni nette e conseguenti.

Alla Festa regionale di Sel parteciperà anche il leader della Fiom Maurizio Landini. Non vedrebbe bene la sua discesa in politica?
Non sta a me dirlo. Certo oggi ci vorrebbero dei politici che abbiano la freschezza e la nettezza di Landini. Ma anche di sindacalisti che facciano il loro mestiere di difendere i ceti popolari senza guardare in faccia nessuno. Landini e la FIOM lo fanno egregiamente e prima di privarmene ci rifletterei.

Marina Bortolani

martedì 13 agosto 2013

Il buio dietro l’angolo

Un vuoto chiacchiericcio, come cortina fumogena, avvolge il destino del governo Letta. Sembra che la sua durata dipenda da singoli provvedimenti (IMU, IVA, ecc.) o da una scomposta reazione di Berlusconi alle prese con i suoi problemi giudiziari.
Il cav ci ha dimostrato più volte in passato di saper tramutare i propri problemi in problemi altrui (del PD)  o persino in problemi del paese. E certamente la sequenza di una condanna definitiva per evasione fiscale, e quella possibile per prostituzione minorile e corruzione di deputati, potrebbe indurre a  comportamenti impulsivi. Circondato com’è da una corte dei miracoli, in cui personaggi come Brunetta o la Santachè sembrano dettare la linea, l’impressione di un certo imprevedibile caos da cui possono emergere decisioni improvvide sembra confermata.
Ma il governo Letta, se guardato dal punto di vista dei poteri organizzati, gode di un consenso invidiabile: Confindustria, sindacati, CEI, Unione Europea, USA (per citare i più importanti) non fanno altro che supportarlo. E dall’alto del colle, la prassi del presidenzialismo di fatto di Napolitano chiude ogni strada a eventuali governi alternativi o al ricorso alle urne.
Per questo il governo Letta non ha nulla temere da queste agitazioni estive. E arrivati al giro di boa delle elezioni tedesche a settembre, tutto si giocherà, al di là di chi vincerà, sul possibile allentamento delle politiche recessive europee.
Lo stesso Berlusconi ha più garanzie da questo quadro politico che da un sommovimento dagli esiti imprevedibili. Ed il progetto di profonda revisione costituzionale che il governo ha messo in campo, traccia i confini di un nuovo arco costituzionale che lo vede consegnato alla storia come padre costituente ancorché ai domiciliari.
Il governo Letta fa dunque delle debolezze altrui la sua forza: tira a campare perché fa della provvisorietà e del rinvio un’arte per tenersi in vita.
Chi invece sta tirando le cuoia sono i milioni di italiani, lavoratori e non, che stanno subendo l’impatto della crisi con la disoccupazione, con la riduzione dei redditi, con l’arretramento del welfare, con l’aumento della tassazione sui consumi di base e sui redditi bassi.
Dietro l’angolo purtroppo non c’è la ripresa, ma la persistenza delle politiche liberiste che hanno causato la crisi, come ad esempio la riduzione secca del 10% delle retribuzioni suggerita dal FMI, che potrebbe avvitare in una spirale greca tutto il sud europa.
Il governo Letta appare dunque come la naturale prosecuzione del governo Monti, deputato ad attuare in Italia una politica decisa altrove, magari capace di indorare la pillola con qualche buon provvedimento settoriale, ma destinato a fare ingoiare a tutti noi il rospo del declassamento del paese da potenza industriale a periferia d’europa. E del conseguente declassamento dei redditi e del welfare di cui potranno godere i nostri figli.
La voglia di cambiare rispetto a questo cupo destino, era emersa forte alle ultime elezioni politiche. Ma il convergente interesse di Grillo e di una parte del PD, ha ucciso questa prospettiva sul nascere, affossando le candidature di Prodi o di Rodotà, per consegnarci all’attuale quadro politico che sembra durevole proprio perché provvisorio.
Chi ha votato M5S per cambiare ora è alle prese con il machiavellismo di Grillo che spera di lucrare un proprio ruolo dominante nel possibile avvitarsi della crisi.
Chi aveva partecipato alle primarie del centro sinistra per il governo del cambiamento, oggi si ritrova il governo Letta-Berlusconi come destino.


Il PD ora si avvia ad un percorso congressuale che noi guarderemo con interesse.
Ci interessa la discussione sul ruolo della politica e del partito (Barca), o sulla natura di sinistra o meno del PD (Civati), o sul rinnovamento della leadership (Renzi), o sulla gestione della crisi e sul legame con il mondo del lavoro (Cuperlo).
Ma conta cosa si dice sul governo Letta. Per noi esso rappresenta lo snaturamento del centrosinistra e l’affossamento dei diritti dei ceti popolari.
Dal congresso del PD e dai suoi protagonisti ci aspettiamo di sapere se moriremo letta-berlosconiani o se il nostro paese ha il diritto a darsi una prospettiva di cambiamento e di eguaglianza.
Per quel che ci riguarda il governo Letta-Berlusconi deve finire. E nel PD guarderemo a chi condivide questa primaria esigenza di igene politica, prima che si riesca a ferire a morte la costituzione.


Michele Bonforte

giovedì 6 giugno 2013

Si fa presto a dire SINISTRA. Dopo il terremoto politico del voto, alcune riflessioni.

C’è chi, con una certa faciloneria, sostiene come non esista più distinzione fra sinistra e destra, e che anzi gli stessi concetti appaiono ormai desueti. La crisi economica e sociale che stiamo vivendo mi pare invece rafforzi il senso di questa distinzione. Sinistra e destra non differiscono semplicemente per la diversità degli interessi che rappresentano, ma per la stessa antropologia che suggeriscono.
La destra pensa che la diseguaglianza sociale serva a stimolare la competizione fra individui, con benefici per la società intera. Per la sinistra la diseguaglianza sociale non solo è eticamente riprovevole, ma è causa della rovina delle società, perché disperde l’inventiva e la voglia di fare di chi, provenendo dai ceti popolari, non ha i mezzi per realizzare le proprie potenzialità.
Ma dire sinistra non basta. Bisogna anche dire se si vuole provare a fare cose di sinistra, o limitarsi a testimoniarle.
“Sinistra Ecologia Libertà” è nata per realizzare i valori della sinistra in una azione di cambiamento della società. In altre parole per inserire la sinistra in un contesto politico credibile che contenda il governo del paese alla destra.
Il recente voto alle politiche, e la nascita del governo Letta, sembrano aver cancellato questa prospettiva. Il governo lo fanno Pd e PdL, rimuovendo il punto di vista della sinistra dall’agenda politica concreta, e confinandolo in un angolo. Sono in tanti ad adoperarsi per rendere permanente questa situazione. Di certo la Confidustria, insieme al mainstream giornalistico.
Ma può durare questa situazione? Dipende dal grado di masochismo del PD. Questa alleanza rinvigorisce il PdL, perché le sue parole d’ordine sono al centro dell’azione del governo. Ma indebolisce il PD perché nessuno degli elementi di innovazione promessi vengono messi in cantiere.
Il PdL non solo sta recuperando consensi, ma sta soprattuto costruendo un sistema di alleanze con cui presentarsi ad eventuali elezioni anticipate. La frattura con le forze politiche di centro viene ora ricomposta, e uno schieramento di centrodestra potrebbe comprende sia Monti che Maroni (volto presentabile della Lega).
Il PD ha rotto il centrosinistra, ed il suo dibattito interno invece di concentrarsi su come ricostruire un sistema di alleanze, si focalizza sull’assurda idea veltroniana di autosufficienza, che già ha regalato una facile vittoria a Berlusconi anni fa.
La costruzione di uno schieramento alternativo al centro-destra è il problema principale su cui lavorare nei prossimi mesi, se non si vuole pensare ad un prolungamento indefinito del governo PD-PdL. Bisogna mettere in comunicazione chi nel PD e nel M5S si pone l’obiettivo di sconfiggere la destra e non di governarci insieme o di farci una comoda opposizione. Cominciando a prendere sul serio le istanze di democrazia diretta e le proposte programmatiche del M5S. E provando a costruire momenti di discussione ed iniziativa comuni sui temi più condivisi (lavoro, politica, diritti civili e sociali). Noi di “Sinistra Ecologia Libertà” proveremo a farlo nei prossimi mesi.

Michele Bonforte

martedì 28 maggio 2013

In mezzo al disincanto, vincono con le primarie i candidati di sinistra, con il referendum le idee di sinistra.

Il popolo di sinistra, pur se frastornato dalla scelta del PD sul governissimo, manda ancora segnali di fiducia a chi propone partecipazione, cambiamento e alternativa.
L’astensione colpisce di più il M5S che non è stato capace di interpretare il mandato di chi lo aveva votato appena pochi mesi fa.
In mezzo a queste macerie la proposta di Marino a Roma incarna quello che non è il PD a livello nazionale: alternativo alla destra, partecipativo e dialogante con il suo popolo ed anche con chi ha scelto il M5S. Per il nostro elettorato il centrosinistra non è morto, anzi è l’unica risposta al governissimo ed alla sfiducia. Per quanto le manovre di palazzo, che hanno portato alla nascita del governo Letta, abbiano seminato delusione, il popolo di sinistra rimane attento ed attivo alla possibilità di contare, di decidere, di dare un indirizzo ed un senso al centro sinistra.
Ciò è accaduto anche a Bologna, dove ad una chiara domanda si è ottenuto una chiara risposta: la scuola pubblica è quella su cui investire, dopo anni di tagli. Sarebbe grave che il PD bolognese sottovalutasse questo chiaro mandato. C’è stato un confronto delle idee che ha interessato coloro che hanno a cuore la scuola. Se, con la scusa della bassa partecipazione, si ignorasse questo chiaro mandato, si rischierebbe di fare a Bologna il bis del referendum sulle farmacie comunali. Anche allora un chiaro mandato per il no alla privatizzazione fu ignorato e deriso dall’allora sindaco Vitali. E poco dopo a Bologna vinse la destra per la prima volta dal dopoguerra.
In questo frangente bisogna dare atto a Prodi di coraggio ed onestà politica per la sua dichiarazione: “Ero per l’opzione B, ha vinto la A: i referendum si accolgono. E questo ha raccolto i voti di coloro che più erano interessati ai temi della scuola.”

Michele Bonforte

lunedì 29 aprile 2013

La scelta del PD di rompere il centro sinistra è un’avventura al buio.


Uno schiaffo ai 3 milioni di partecipanti alle primarie. Nel tempo di soli due giorni una nutrita pattuglia di parlamentari PD affossa la candidatura di Prodi, imponendo la linea del governo di larghe intese a Bersani ed al resto del PD, sotto il ricatto di una rottura del partito.
Ma in questo modo il PD non è più se stesso; non solo perché affossa Prodi, ma anche perché sostituisce il metodo democratico delle primarie, con il ricatto di una minoranza di circa il 20% sul resto. Quel metodo democratico che ha ancorato il PD al sentire comune di sinistra del suo popolo, ora è sostituito dall’antica prevaricazione del gruppo dirigente sulla base, rea di non capire le necessità del momento politico. Vecchi arnesi confessionali (come Fioroni) e vecchi arnesi stalinisti (come D'Alema) si sono ritrovati nel segreto dell’urna, insieme ad altri più giovani rampanti, per far saltare il centro sinistra e imporre il governissimo.
Certo Bersani poteva rifiutare il ricatto e spingersi sul terreno della convergenza sul nome di Rodotà. Non lo ha fatto per paura della rottura del PD, ma anche per la scarsa credibilità del M5S nello stipulare un accordo che includesse anche la nascita di un governo, dopo 4 settimane di inutili tentativi.
Si apre ora una fase rischiosa della vita politica del paese: il pallino è in mano a Berlusconi, che è il vero vincitore di questi mesi. Mentre si aggrava la condizione sociale di milioni di persone con la disoccupazione e la riduzione del reddito, il governo che nasce, al di là dell’ottimismo della volonta della squadra del governo Letta, sarà costretto dal PdL a proseguire le politiche liberiste.
Se una novità sembra esserci, essa appare negativa e foriera di pesanti conseguenze per chi già oggi sta peggio. Se le intenzioni di una riduzione del prelievo fiscale verranno confermate, ed essendo che la patrimoniale sui ricchi di certo non verrà nemmeno discussa, ci troveremo di fronte ad un forte attacco alla spesa pubblica, ed in specifico quella dei comuni e delle regioni (in primis la sanità).
Le conseguenze macroeconomiche saranno di nuovo recessive (si sostituisce una spesa certa con una incerta) e socialmente inique (verranno tagliati i servizi sanitari e di welfare locale).
Tutto ciò peserà sul PD, che verrà cucinato a fuoco lento da Berlusconi, pronto poi a staccare la spina quando gli sarà utile per vincere in scioltezza una nuova campagna elettorale, dove il centro destra avrà un sistema di alleanze (Maroni, PdL e Casini-Monti) ed il centro sinistra sarà un campo di macerie.
La situazione è pessima, dunque. A noi di sinistra si impone il compito di ricostruire il nostro campo, a dargli spessore e capacità di proposta, privileggiando la sfida programmatica e rifiutando ogni sterile pulsione settaria. L’11 Maggio a Roma comincia questo cammino. Noi da Reggio ci saremo. E pare che saremo in tanti.

29/4/2013                        Michele Bonforte

Dici per noi va male. Il buio 
cresce. Le forze scemano. 
Dopo che si è lavorato tanti anni 
noi siamo ora in una condizione 
più difficile di quando 
si era cominciato. 
E il nemico ci sta innanzi 
più potente che mai. 
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso 
un’apparenza invincibile. 
E noi abbiamo commesso degli errori, 
non si può negarlo. 
Siamo sempre di meno. Le nostre 
parole d’ordine sono confuse. Una parte 
delle nostre parole 
le ha stravolte il nemico fino a renderle 
irriconoscibili. 
Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto? 
Qualcosa o tutto? 
Su chi contiamo ancora? 
Siamo dei sopravvissuti, respinti 
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza 
comprendere più nessuno e da nessuno compresi. 
O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti 
nessuna risposta oltre la tua.

A CHI ESITA - di Bertolt Brecht

giovedì 7 marzo 2013

Rischi ed Opportunità del grillismo

La dimensione del successo del movimento 5 stelle ha gettato nella confusione sia i vinti che i vincitori. Quest’ultimi sembrano giocare con la politica e la comunicazione, con proposte naif e una buona dose di approssimazione, recitando l’eterno copione del dico e poi smentisco, con l’unica preoccupazione di svincolarsi dalle responsabilità che derivano dall’essere la lista con maggior consenso.Tutte le altre forze politiche, ed il sistema dei media, non sembrano essersi ripresi. Per certi versi è comprensibile: abbiamo passato gli ultimi mesi a parlare del ruolo inevitabile del centro moderato nel governo del paese, mentre invece sotto i nostri piedi si preparava il terremoto.
Certo noi di SEL abbiamo cercato di segnalare come la sofferenza sociale causata dalle politiche liberiste, attuate prima da Berlusconi e poi da Monti, stesse covando un forte rancore nei confronti della politica vista come un tutt’uno. Inoltre solo pochi mesi fa abbiamo condotto una campagna di raccolta firme per una legge di iniziativa popolare per il reddito minimo garantito nel più totale disinteresse dei media, mentre oggi il tema è al centro dei tentativi di agganciare programmaticamente il movimento 5 stelle.
Sarebbe desiderabile ora che i commentatori mainstream, che così poco avevano capito di quanto stesse accadendo, ci risparmiassero dotte ed improvvisate analisi sulla natura del M5S.
Invece i paralleli si sprecano: chi con cuore pesante vede assonanze con il periodo che precedette il fascismo, chi con un certo spensierato ottimismo vede una opportunità di rinnovamento della classe politica e dei suoi metodi.
Certamente ogni situazione è sempre aperta a sviluppi diversi, ma tali possibili scenari non si colgono scambiando i propri desideri con la realtà.
Vi sono sia rischi che opportunità nella situazione che si è delineata con il voto.
Ma i rischi non mi sembrano quelli segnalati.
Il M5S non pare essere un partito come lo abbiamo conosciuto finora: non difende gli interessi di precisi gruppi sociali dotandosi di una proposta di gestione della cosa pubblica. Non si pone come rappresentante di una “parte” ma del tutto, dei “cittadini” contro una “casta” ben circoscritta. In questo senso è tecnicamente populista, e la sua dichiarata avversità alla distinzione fra destra e sinistra è l’altra faccia di una visione interclassista. Nella narrazione di Grillo non ci sono le classi sociali, e dunque le stesse organizzazioni che le rappresentano (sindacati ma anche associazioni imprenditoriali) sono da superare.
Il M5S non pare essere nemmeno un movimento nel senso classico del termine, poiché non ha una proposta culturale e sociale capace di egemonia nell’ambito del discorso pubblico. Qualunque movimento (sia di destra che di sinistra) propone di reinterpretare il tutto sociale a partire da pochi aspetti particolari: i tea-party con l’eccesso di tasse e di presenza dello stato, i verdi con l’ambiente, ecc. Il M5S invece contiene al suo interno tutti i movimenti di opinione antisistema che si sono espressi negli ultimi anni, anche quando sono palesemente l’uno in contrasto con l’altro.
Per meglio comprendere la natura del M5S giova forse spostare lo sguardo dal vertice (grillo e casaleggio + altri 4-5 redattori principali del blog) e guardare la sua base. Essa è composta da circa 20-30 mila persone che si esprimono nel blog con discorsi imbevuti dei temi di moda degli ultimi anni (il merito, la tecnologia salvifica, la democrazia senza intermediari, ecc.). La loro estrazione sociale, a parere di chi ha avuto modo di studiare il fenomeno da vicino, è prevalentemente della classe media, con la caratteristica di ritenersi sottostimati socialmente. Gran parte di costoro pensa di avere capacità e meriti sottovalutati. Culturalmente vicini alla sinistra (da cui molti provengono) sono ipercritici nei confronti dei partiti, a cui addebitano ogni colpa, e assolutamente acritici nei confronti della leadership del M5S. Anzi spesso si cullano nella risibile illusione che non vi sia una leadership, e che il ruolo di grillo e casaleggio sia di una eccezione momentanea, utile solo per far nascere il movimento.
Se proprio dovessi fare un parallelo con forme già conosciute dell’agire associato, parlerei più che di partito o movimento, del processo di costituzione di una setta.
Gli elementi portanti del M5S mi sembrano una visione catastrofista della realtà, la funzione del capo come guida emozionale, la tendenza ad isolare i propri aderenti dal resto del mondo e a dettarne gli stili di vita, la forte centralizzazione decisionale. Non dimentico che Grillo è passato da una visione demoniaca dell’informatica (quando spaccava i computer nei suoi spettacoli-denuncia) ad una visione salvifica, da una critica dei pericoli della scienza ad una visione magica della scienza (qualcuno ricorda la sua proposta dell’auto ad acqua o a idrogeno?) in palese violazione delle più elementari leggi della termodinamica.
Il rischio vero è quello di far scivolare la “polis” dal discorso razionale e dal confronto fra diversi interessi sociali, a discorsi emozionali, alla costruzione di un “uomo nuovo” da imporre ai diversi interessi in forza di superiori vincoli ecologici. Un eco-tecnologismo di massa, tecnicamente definibile come reazionario, in quanto propugnatore di un ritorno ad una condizione pre-moderna, che vede nel welfare e nella civiltà urbana dei costi insostenibili, per un ritorno ad una dimensione comunitaria di piccola scala, pur se collegati in rete.
Il M5S è un soggetto rivoluzionario, non nel senso politico o sociale del termine, ma in senso propriamente antropologico: vuole cambiare il modo di vivere, il modo di intenderci esseri umani. Il suo orizzonte temporale non è nel cosa fare ora, ma nel cosa fare nei prossimi decenni. Le simpatie di Celentano e Dario Fo sembrano portare acqua a questa impressione. Il rischio è che la critica alla modernità non avvenga in nome di un superiore progetto di promozione della libertà umana, ma di un regresso ad una condizione pre-moderna anche se tecnologica, con una corrosione di punti salienti della modernità fra cui ad es. la condizione delle donne.
Vi sono però delle opportunità da cogliere in quanto sta accadendo. Esse riguardano la sinistra e la possibilità di rinsavire rapidamente dalla sbornia del liberismo, per fare una proposta all’altezza della crisi sociale ed economica che stiamo attraversando. Una proposta che per essere efficace e responsabile deve essere radicale. Non si tratta dunque di inseguire il M5S, per concedere qualcosa in cambio di sostegno politico. Ciò non accadrà, poiché il M5S non vuole cose immediate, ma palingenesi future. La sinistra deve invece guardare dentro di se, volgere lo sguardo verso il suo insediamento sociale per curarne le ferite, attingendo dal proprio bagaglio degli attrezzi: una riforma sociale, una riforma politica, una riforma culturale, una riforma ecologica.
Su questo Renzi ha ragione: il M5S va sfidato, non inseguito. E va sfidato contrapponendo alla loro proposta millenarista e pauperista, una proposta di progresso sociale. E qui Renzi appare essere una manifestazione della malattia più che la sua cura. Una volta assunto tutto il renzismo nel suo portato anticasta, di rinnovamento generazionale, rimarrebbe il più piatto continuismo con le politiche economiche e sociali che ci hanno portato fin qui. Senza una proposta di uscita dalla crisi e dalla condizione di insicurezza sociale non si va avanti.
La sfida sta dunque nella costruzione di un programma di riforma sociale. Questo approccio avrebbe anche il merito di indurre nel M5S un dibattito che li riconduca alla realtà, alla vita quotidiana delle persone, alla prassi democratica del confronto.
Se vogliamo che l’ambigua natura del M5S si risolva verso un percorso positivo, interno al meccanismo democratico, allora penso che si debba dar loro il tempo per confrontarsi con le necessità del fare, del governare, dell’agire il cambiamento.
Un ritorno precipitoso alle urne da questo punto di vista sarebbe negativo. Escluso a priori un governo PD-PdL, ogni altra situazione andrebbe sperimentata. Il centro sinistra deve guadagnare il tempo necessario a dare le più urgenti risposte al malessere sociale. La ripetizione delle elezioni fra 3 mesi, nel mentre la crisi si aggrava, rischia di consegnarci un risultato elettorale maggiormente condizionato dai populismi e dalla rabbia.
Il centro sinistra deve presentarsi con una proposta di radicale discontinuità con il liberismo sia nel programma che nella squadra di governo. La biografia di chi verrà proposto come ministro, deve alludere chiaramente a questa svolta. E segnali chiari andranno dati anche nella designazione delle figure istituzionali, in primis del nuovo Presidente della Repubblica.

Michele Bonforte

martedì 26 febbraio 2013

Il cambiamento necessario. Verso dove?

E’ stato uno tsunami, su questo Grillo ha avuto ragione. In molti pensavano ad un successo del movimento “5 stelle”, anche grazie all’elettorato in uscita dal PdL e dalla Lega Nord. In effetti ciò è avvenuto (quasi 12 punti dal PdL e 3 dalla Lega). Ma un tale tsunami è accaduto perché Grillo ha sfondato contemporaneamente anche a sinistra (il PD perde 7 punti), così come ha raccolto gran parte del voto dell’IdV (2 punti).
Che questa massa imponente di elettori chieda un cambiamento dei politici e di quello che fanno è evidente. Che sia chiaro in quale direzione questo cambiamento debba andare, è un’altro paio di maniche.
Se si guarda alle proposte presenti sul blog di Grillo, salvo rare eccezioni, ci troviamo proposte che o sono nate dentro la storia e la cultura della sinistra o ci vanno molto vicino. Ma dubito che siano le proposte programmatiche ad aver attirato allo stesso modo i diversi tipi di elettorato verso Grillo. Per alcuni (quelli che vengono da sinistra ??) queste proposte sono accattivanti, per altri (quelli che vengono da destra ??) mi sembra prevalga la catarsi del “tutti a casa”. Quest’ultimo elettorato è pronto a qualsiasi avventura, e di fatto è quello che da 20 anni ha sostenuto la maggioranza Berlusconi - Bossi, e non sembra incline ad autocritiche.
Dunque Grillo, e soprattutto il pattuglione di parlamentari eletti, si trovano ora di fronte al problema di calare nei lavori parlamentari le proposte che agitano nel blog. Di dire con chiarezza che cosa approvano e cosa respingono.
Il miglior favore che si possa fare a questa ambiguità di Grillo è quello di porlo all’opposizione di una governo PdL-PD. Un tale errore sarebbe catastrofico per il paese e consegnerebbe in pochi mesi la maggioranza dei consensi ad un movimento che non ha avuto modo di chiarire in che direzione vuole andare.
Per questo l’unica strada percorribile è quella di una apertura al programma dei “5 stelle” per provare a dare concretezza alla domanda di cambiamento che esso esprime.
Tutt’altro ragionamento è quello di chiedersi perché la sinistra non venga vista come il cambiamento. Certo il PD paga caro il sostegno al governo Monti e alla sua macelleria sociale. Sicuramente lo stile dimesso e di rimessa durante la campagna elettorale di Bersani non ha aiutato. Ma non credo che il Renzi di turno ci avrebbe salvato. Perché non basta essere più brillanti se poi si fa propria la cosiddetta “agenda Monti”, che tanto ha contribuito a far lievitare questo tsunami.
La sinistra (e sopratutto il PD) non ha capito che la sofferenza sociale che si agita dentro una crisi economica mai vista, chiede politiche di radicale cambiamento e non di rassicurante continuità. E che una parte rilevante delle giovani generazioni, colte e abili nell’uso della comunicazione web, non intendono più la democrazia come delega ma come partecipazione.
Ne abbiamo avuto le avvisaglie nel referendum sull’acqua pubblica.
Ne abbiamo colto le potenzialità con le primarie, quando il centro sinistra ha toccato l’apice della sua capacità attrattiva.
Ora il punto è che non basta una proposta politica convincente, se essa non prevede la possibilità di essere costruita dal basso, con la partecipazione diretta o via web che sia, con la possibilità di definire le priorità non nelle sedi esclusive dei partiti, ma nell’ampia agorà della democrazia partecipata.

E’ questo un insegnamento soprattutto per noi di SEL, che abbiamo fatto delle primarie e della partecipazione la priorità della nostra azione politica. Abbiamo sostenuto Bersani con lealtà perché frutto di un processo che ha coinvolto 3 milioni di persone. Abbiamo realizzato l’impegno di portare le ragioni della sinistra alla sfida del governo. Certo poteva andare meglio del 3,2 % che abbiamo raggiunto. Ma questo tsunami ha travolto ogni altra proposta (vedi la lista Ingroia) perché la nostra ipotesi politica era la più ragionevole e fondata.
Ora chi ha a cuore le ragioni della sinistra è chiamato a non disperdere il proprio contributo nella sterile protesta.
Oggi è il momento dell’unità della sinistra. “Sinistra Ecologia Libertà” è a disposizione di tutti coloro che ne vedano l’urgenza e la necessità.

Michele Bonforte

martedì 19 febbraio 2013

Innovazione, competitività e sciopero degli investimenti.


Questa campagna elettorale sembra, se possibile, peggiore di quelle che l’hanno preceduta. Mentre la crisi economica miete giornalmente oltre 400 posti di lavoro, il dibattito elettorale se ne tiene a distanza, o si limita a proposte palliative. Se ne dolgono alcuni commentatori di importanti giornali (Repubblica, Corriere, ecc.) che indicano come la questione non sia come si redistribuisca la ricchezza attraverso le tasse, ma come la si possa produrre. Quasi sempre la ricetta è quella di aumentare la competitività, magari con profonde “riforme” del mercato del lavoro. Ora che il nostro paese soffra da anni di un problema di competitività è del tutto evidente. Mentre il mondo cambia, noi siamo ancorati prevalentemente a produzioni mature che subiscono la concorrenza di costo dei paesi emergenti (India e Cina in primis). Siamo in crisi sul mercato interno perché le famiglie si sono impoverite e spendono meno, ma siamo in crisi, salvo eccezioni, anche sul mercato esterno, perché i beni che produciamo li vendiamo a costi sempre meno giustificati dal loro contenuto qualitativo e tecnologico. Pensare dunque che il problema si possa risolvere abbassando i costi di produzione usando con forza la leva della riduzione del costo del lavoro è non solo ingiusto ed iniquo, ma anche miope e di breve prospettiva. 
Quello che si tralascia di far notare è che la competitività dipende innanzitutto dagli investimenti, dalla loro ricaduta sull'efficienza del processo produttivo o sull’innovazione dei prodotti. Il nostro paese soffre certamente le ricadute negative della corruzione, della amministrazione pubblica lenta, dei trasporti e dell’energia costosi, ecc. 
Ma la principale causa della stagnazione della produttività del sistema è la caduta degli investimenti privati e la riduzione della spesa pubblica per la formazione, l’università e la ricerca.
Piccoli e grandi gruppi impreditoriali hanno beneficiato nell’ultimo decennio di un costante trasferimento di risorse sottratte alle retribuzioni dei lavoratori, che difatti si sono impoveriti. Ma tali risorse sono finite prevalentemente a gonfiare i compensi dei manager o in investimenti sul mercato finanziario. Mentre altri paesi (vedi la Germania) affrontavano il nuovo secolo con investimenti e ristrutturazioni accompagnate da accordi sindacali per la tutela del lavoro, nel nostro paese si sono utilizzati gli anni delle vacche grasse per indebolire le tutele e il valore sociale del lavoro, e dirottare le risorse verso guadagni facili sui mercati finanziari, buoni ad alimentare successi effimeri che gonfiavano i compensi dei manager, nel mentre si scavava la fossa al sistema paese che anno dopo anno ha perso pezzi del suo settore industriale. Il settore pubblico ha agevolato questa involuzione con un attacco al sistema formativo e della ricerca che ha fortemente compromesso la nostra capacità di poter stare al passo con i paesi guida della comunità europea. Non solo abbiamo sempre meno laureati e meno ricercatori, ma quei pochi che abbiamo, quando sono bravi, devono migrare all’estero. Dopo anni di campagne meritocratiche, i laureati non sono i più capaci, ma semplicemente i figli dei ceti benestanti, che possono permettersi di sostenere il costo degli studi universitari, oggi inarrivabili per le famiglie con redditi da lavoro. La classe dirigente reale del paese, quella che in questi anni ha avuto il potere di fare e di decidere, è quella che siede nei consigli di amministrazione di aziende o banche. Essa ha, consapevolmente o no, portato questo paese dal novero di quelli sviluppati a quelli che vivono di sub-forniture e subappalti, con l’obbiettivo principale di colpire il lavoro, e di sottoporlo ad una cura di bassi salari ed alta disoccupazione per disciplinarlo, colpendone la storia di forte sindacalizzazione e consapevolezza sociale.
Come ha avuto modo di dire Luciano Gallino, la lotta di classe nel nostro paese negli ultimi anni l’hanno fatta i padroni: con uno sciopero degli investimenti, con l’attacco alla spesa pubblica che sostiene il welfare, con l’attacco ai diritti sul lavoro, ai contratti nazionali e al sistema pensionistico. 
La colpa più grave della politica è stata quella di aver ceduto il potere reale alla “casta” economica. E avendo poco da decidere si è dedicata in gran parte alla ricerca di piccoli o grandi privilegi. Oggi questi privilegi sono lo specchietto per le allodole per una massa di elettori delusi ed inferociti. Ma se vogliamo far uscire questo paese dalla spirale di recessione e deindustrializzazione occorre riportare il potere dai consigli di amministrazione alle aule parlamentari. Dove avviare una iniziativa pubblica che riporti al centro dell’attenzione il lavoro e la sua qualità, il sistema produttivo e gli investimenti in innovazione, la ricerca e un’università aperta ai capaci e meritevoli di ogni classe sociale.
Non è il tempo di affidarsi al primo pifferaio che passa.
Meglio, oggi, un concreto figlio di benzinai piacentini.


Michele Bonforte

lunedì 4 febbraio 2013

L’economia è una cosa troppo seria per lasciarla agli economisti (*)



Siamo da 12 anni in stagnazione e da 3 in recessione. Nessuno degli economisti mainstream l’aveva previsto, e molti anzi tessevano le lodi della nuova finanza, capace con nuovi strumenti (i famosi derivati e simili) di gestire e ripartire il rischio.
Oggi fanno gli auruspici: vedono una luce in fondo al tunnel, buttano lì dei numeri che devono regolarmente correggere. Non hanno capito come è arrivata la crisi, non sanno quando e come potrà finire. Alcuni in verità avevano intravisto la tempesta, ma venivano trattati come menagrami, ed erano per lo più fuori dal coro della liturgia neoliberista.
Ma era quello il loro vantaggio: guardavano alla realtà sociale ed economica senza gli occhiali di una ideologia che rende ciechi. Questa crisi dovrebbe essere la tomba del liberismo. Invece proprio coloro che non capirono, oggi ci offrono ricette per guarire. Ad alcuni, come Monti, è capitato di avere la guida del paese. Per salvarlo, si disse; ma ha continuato a fare quello che faceva Tremonti, senza il fastidioso circo di nani e ballerine che tanto piaceva (e piace) a Berlusconi.
Il clima è così ammorbato che anche la sinistra fa fatica a impostare una corretta discussione sulle priorità per il paese (e chi lo abita). In questa campagna elettorale si parla di tasse (se ridurle, a chi ridurle, quali tagli fare alla spesa pubblica per compensarle, ecc.), come se la soluzione per venire fuori dall’avvitamento della recessione potesse passare semplicemente da lì.
Allora io che economista non sono provo a dire due o tre cose di buon senso che dovrebbero aiutarci a venirne fuori, magari guidati dal figlio di un benzinaio piacentino che ha studiato filosofia, e che affronta l’economia con aforismi zen.

Tutto comincia quando il castello dei prestiti facili in USA crolla per l’insolvenza dei neo acquirenti di case. La classe media e medio bassa non poteva più permettersi il sogno americano: i salari e gli stipendi si erano abbassati per un decennio, e dunque per mantenere il livello di vita precedente ci si indebita. Ma l’altra faccia della medaglia è che c'erano capitali crescenti che cercavano un impiego. Erano i funzionari delle banche che cercavano i mutuatari e non il contrario. Per un decennio i ricchi sono diventati sempre più ricchi, sia per l’aumento dei compensi per i redditi di capitale o per i manager, che per la riduzione delle tasse sui ricchi fatta dai repubblicani.
In sintesi in USA i poveri sono più poveri e si indebitano, i ricchi sono sempre più ricchi e speculano. Il gioco ha funzionato per un po, ma prima o poi doveva fermarsi.
Nel nostro paese le cose sono simili, con qualche variazione in salsa italiana. Anche da noi i poveri sono sempre più poveri ed i ricchi sempre più ricchi, ma qui si usa la spesa pubblica (e non quella privata) per stabilizzare il tutto. Ai ricchi si riducono le tasse garantendo l’impunità per un’evasione fiscale da record, ai poveri si concede un pò di welfare clientelare ed inefficiente. Il tutto con un incremento del debito pubblico che gli stessi evasori finanziano comprando i BOT. Il gioco ha funzionato per un po, ma prima o poi doveva fermarsi.
In sintesi la crisi è stata creata dall'aumento della diseguaglianza nella distribuzione del reddito. Per venirne fuori occorrerà invertire questo dato che dura da un lustro. Ma non basterà.
La riduzione del reddito dei lavoratori è stata temperata e quasi nascosta, dall'emergere della Cina e dell’India come produttori a basso costo di merci. Abbiamo avuto meno soldi certo, ma nel contempo potevamo comprare a buon mercato. La delocalizzazione di aziende faceva perdere posti di lavoro in USA ed in Europa, ma permetteva di produrre quei beni a costi inferiori.
Il gioco ha funzionato per un po, ma prima o poi doveva fermarsi.
I paesi che vendono beni ad alta tecnologia, si sono avvantaggiati (la Germania ad es.) quelli come l’Italia, che vendono beni maturi, hanno cominciato a subire una erosione della propria base industriale con un correlato aumento della disoccupazione. Inoltre la crisi ecologica, aggravata anche dai metodi di produzione sporca permessi in quei paesi, ci ritorna addosso con un clima impazzito che causa disastri e costi conseguenti.
In sintesi non basterà un rilancio della domanda interna a far ripartire la crescita, perché potrebbe alimentare ulteriori importazioni con pesanti ripercussioni ambientali e sulla bilancia dei pagamenti. La crisi ha seppellito il neoliberismo, ma insieme a lui anche ogni concezione ingenua delle politiche keynesiane.
Occorre certamente un rilancio della domanda interna anche con una più equa distribuzione del reddito che metta qualcosa da spendere in mano a chi oggi non può farlo.
Ma bisogna porsi la domanda strategica di cosa produrremo noi o meglio i nostri figli per sostenere il nostro stile di vita. E se questo stesso stile di vita non sia da cambiare per ridurne l’impatto ecologico sul pianeta.
Per l’Italia tali domande sono più urgenti. Perdendo progressivamente il nostro apparato industriale, dobbiamo puntare su produzioni ad alto contenuto tecnologico, o subire un progressivo allineamento dei nostri redditi con quelli dei paesi concorrenti. Qui si misura il fallimento di una classe dirigente che non è solo quella politica, ma soprattutto quella imprenditoriale e manageriale che ha condotto il paese sull'orlo del baratro, ai margini di una regressione del livello di vita e di civiltà.
Avremo bisogno di tecnici, ingegneri e scienziati. E di scuole ed università di qualità che permettano anche ai figli delle classi meno abbienti di esprimere potenzialità che servono a tutta la società.
Avremo bisogno nuove tecnologie per il trasporto collettivo ed individuale, di nuove tecnologie energetiche, di manutenzione di abitazioni e di territorio a rischio ambientale, di un rilancio del turismo culturale che valorizzi il nostro patrimonio storico artistico.
Avremo bisogno di un “New Deal” della conoscenza e dell’intelligenza. Di un incremento della spesa pubblica per la formazione e la ricerca. Di un grande piano di investimenti in ecotecnologie energetiche, dei trasporti e dell’abitare.
Per finanziare tutto ciò servirà un ripensamento dei patti europei, e la rinuncia al patto evasione fiscale - spesa pubblica improduttiva. Ci vorrà un maggior contributo fiscale dei ceti abbienti, ci vorrà una oculata gestione della spesa pubblica. Esattamente l’opposto di quello che la destra populista o tecnocratica sono stati capaci di fare. E difatti dopo un gran parlare di merito, ci avviamo a gran passi verso una società divisa in caste. Ultimo dato il crollo delle iscrizioni all'università, conseguenza immediata dell’aumento del costo degli studi che ha distrutto la speranza di futuro dei figli delle classi sociali più colpite dalla crisi. Eravamo sull'orlo del baratro, questa destra rischia di dare la spinta decisiva .. verso il fondo.

Invece  ci vorrà meno egoismo e più solidarietà sociale, fra classi sociali e generazioni, proprio  quello che la sinistra sa fare meglio.
Una cosa è certa: non saranno gli economisti a salvarci. Meglio far provare un figlio di benzinaio.

michele bonforte
(*) rif. Georges Clemenceau  (la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai militari)

martedì 15 gennaio 2013

I ricatti del centro … e l’autolesionismo della sinistra

Casini e Fini vanno dicendo da alcuni giorni quella che sembrerebbe un’ovvietà: per vincere Bersani deve prevalere sia alla Camera che al Senato. Ma questa ovvia regola della democrazia varrebbe solo per la coalizione di centrosinistra. Difatti loro pensano di vincere anche se vengono battuti alla Camera e arrivano terzi o quarti al Senato.
In questo caso vorrebbero di nuovo Monti come premier, che così passerebbe alla storia come l’unico divenuto capo del governo dapprima per nomina regia, e poi per essere arrivato buon ultimo alle urne.
L’ideale della democrazia per Casini e soci, è prendere tutti i voti che si può raccontando qualsiasi cosa all’elettorato, per decidere dopo chi governerà e che cosa farà, liberi dall’impaccio di un preciso mandato democratico. L’avversario da battere non è dunque il centrosinistra in se, ma la sua natura democratica e partecipata, quello della carta d’intenti e dei 3 milioni di partecipanti alle primarie.
E’ stata questa spinta popolare che ha spostato il centrosinistra a sinistra, vicino ai disagi ed al dramma sociale di chi la crisi la sta pagando tutta in prima persona. Monti vuole tagliare le ali e ridurre al silenzio Fassina e Vendola, per impedire al centrosinistra di volare, per togliere la parola al suo popolo.
Sara bene esserne consapevoli: il giorno dopo le elezioni quello che sarà decisivo è se il centrosinistra avrà vinto anche al Senato, ed anche se “Sinistra Ecologia Libertà” avrà avuto un buon risultato. Tutto il resto (quanti grillini andranno in parlamento, quanti voti Ingroia sarà riuscito ad attrarre, quanti si asterranno) andrà in secondo piano. In queste elezioni si decide se il paese può avere un’alternativa al liberismo, o se dobbiamo rimanere sotto tutela, impossibilitati a scegliere che direzione prendere.
Certo, chi è arrabbiato per tutto quello che il PD ha votato in quest’ultimo anno è ampiamente giustificato se accarezza l’idea dell’astensione, o del voto di protesta. Ma si tratta di pensare che, dopo, con un centrosinistra sotto ricatto di Casini e Fini le cose andranno peggio. Per la condizione di ognuno di noi certamente, ma purtroppo anche per chi verrà dopo di noi, per i nostri figli o nipoti.
Perché il liberismo farà un deserto dei diritti e della dignità delle persone. Conterà solo quanti soldi hai e di che classe sociale sei. Il liberismo ha creato questa crisi inneggiando alla diseguaglianza come motore del progresso. Non è capace di tornare indietro da questa strada. La percorrerà fino in fondo, fino alla estreme conseguenze per la nostra civiltà.
Contro la possibilità di un governo di centrosinistra autonomo, si stanno mobilitando le retrovie dei poteri forti. Oggi fa più paura una sinistra che vuole governare che una rassegnata all’opposizione.
Anzi il liberismo ha bisogno di una opposizione incapace di incidere, per darsi così una parvenza di democraticità.
Oggi possiamo vincere e cambiare le sorti del paese. Non facciamoci sfuggire questa occasione, rischiamo di rimpiangerla in futuro.

Michele Bonforte