La vittoria del NO è così grande, omogenea e partecipata, da farne uno spartiacque nella storia politica del nostro paese. La lettura che mi pare più vicina alla realtà è che si sia trattato di un pronunciamento sulla situazione sociale e sul governo. Il NO vince soprattutto dove la gente sta peggio, vince fra i giovani e perde fra i pensionati. Vince fra chi crede di non avere futuro e perde fra chi pensa di averne almeno un brandello. Una enorme questione sociale su cui galleggiamo, e che potrebbe produrre una involuzione autoritaria o una rivoluzione progressista.
Tutto dipende da come le proposte politiche daranno rappresentanza e soluzione a questa sofferenza sociale. Per la sinistra, ovunque essa sia oggi acquartierata (nel PD, in Sinistra italiana, nei Comitati, nel M5S) si tratta di di guardare a questo problema e non alla tattica dei prossimi mesi.
Occorre una svolta nella politica sociale ed economica del paese. Renzi ha prosciugato i pozzi della spesa pubblica concedendo prebende a tanti, con un aumento del deficit pubblico tollerato dall’Europa. Ma per venir fuori dalla stagnazione ci vuole un programma di investimenti pubblici (in manutenzione del territorio, infrastrutture digitali, in adeguamento sismico, ecc) che ora difficilmente potrà essere finanziato con spesa in deficit. Occorrerà, almeno in parte, non solo dire come si mette del carburante nel motore economico, ma anche da dove lo si prende. La questione, sempre rinviata, di una riforma fiscale che alzi il contributo della parte benestante del paese alla finanza pubblica è ora ineludibile.
Questo scenario, il più necessario, per realizzarsi ha bisogno di una discontinuità politica. Non saranno i Bersani o i D'alema a tirarci fuori dai guai. Oggi sembrano consapevoli della situazione, ma quando toccò a loro, pensarono solo ad inseguire i vari Casini o Monti di turno, sterilizzando per anni ogni possibile politica di sinistra.
Il “centro politico” è stato l’ossessione di tutti i gruppi dirigenti del PD degli ultimi 10 anni. Oggi Renzi ha inteso risolvere il problema non alleandosi con un centro che sfugge, ma trasformando il PD in un partito centrista. Ha perso il referendum ma non è detto che in quel 41% di SI non vi sia l’incubatore del partito della nazione.
Le sue dimissioni, inevitabili, più che l’ammissione di una sconfitta sembrano un rilancio. Da giocatore compulsivo qual’è persa una mano, raddoppia la posta per rifarsi nella mano successiva. Le elezioni politiche anticipate potrebbero permettergli di cancellare la sinistra interna al PD dal parlamento, e di presentarsi quale unico leader di un’area di centro allo sbando, contro il pericolo M5S.
Saranno i prossimi mesi, quelli indispensabili ad approvare la legge finanziaria ed una legge elettorale democratica, che modelleranno il modo in cui andremo alle elezioni politiche.
L’approvazione della legge di bilancio è necessaria, ma va fatta introducendo in essa forti correttivi che diano sollievo alla sofferenza sociale.
Solo un governo in grado di raccogliere i voti del M5S in parlamento può osare questa strada. Un governo affidato a personalità che possano incontrare la non opposizione del M5S è il cammino che porta all’unica formula alternativa all’accordo PD - Forza Italia fortemente voluto da Berlusconi: un governo di forte discontinuità nelle persone e nelle politiche che si sostenga sulla astensione del M5S.
Il M5S non è un pericolo ma una risorsa. Ha evitato che nel nostro paese il malcontento causato dalle politiche neoliberiste prendesse la strada della destra estrema. I nostri nemici politici sono l’asse Lega Nord-Fratelli d’Italia che si nutrono della crisi sociale e la palude neocentrista, Forza Italia, e parte del PD, che questa crisi sociale alimentano da anni.
C’è nel nostro paese l’energia politica e sociale per una alternativa. Questa prospettiva passa per la messa in gioco del M5S, e per la deflagrazione di quell’esperimento sbagliato che è stato il PD.
La sinistra deve avere una propria casa e non essere legata obtorto collo ad un’area moderata che l’ha prima snaturata e poi ridotta all’impotenza.
Solo così potrà giocare una propria partita ed essere riconoscibile agli occhi dei ceti popolari sfiniti e disorientati da una crisi sociale di una ferocia mai vista.
martedì 6 dicembre 2016
venerdì 2 dicembre 2016
Appello agli iscritti al PD
La sinistra che vota NO ha chiara la preoccupazione per la deriva autoritaria e centralista di una riforma che riduce gli spazi di democrazia e di autogoverno del territorio. Ma credo che ormai chi voleva e poteva si è fatto un’opinione sul merito delle ragioni del SI e del NO alla riforma costituzionale.
Qui vorrei attirare la vostra attenzione sulle conseguenze politiche di quel voto, in specie sulle conseguenze per il PD. So bene come molti di voi si pensino come persone di sinistra, compagni si sarebbe detto un tempo, e questo a prescindere dalla storia politica che si ha alle spalle. E conosco bene con quanta passione voi difendiate la collocazione a sinistra del PD, malgrado i segnali sempre più inquietanti che provengono dal vostro gruppo dirigente.
Eppure penso che proprio questa collocazione verrà messa in discussione da una vittoria del SI.
Converrete che tale vittoria, se ci sarà, sarà di misura e non travolgente. Su un simile risultato peserebbe in modo determinante l’apporto di voti da destra veicolati da Alfano, Verdini e soci.
Verrebbe certificato quello che è il presupposto strategico del renzismo: che si possono perdere voti (e iscritti) a sinistra perché questi vengono ampiamente compensati da quelli che vengono da destra.
In questo scenario non solo l’Italicum non verrà toccato (salvo le modifiche imposte dalla Corte Costituzionale), ma sarà il grimaldello che costringerà altri pezzi di Forza Italia a fare il grande passo e ad entrare nelle liste del PD, insieme ai soliti Alfano, Verdini e soci.
La sinistra del PD (non solo quella che ha votato NO) dovrà accettare una situazione di irrilevanza politica o verrà accompagnata all’uscita.
Una eventuale vittoria del SI, a prescindere dalle sue conseguenze democratiche ed istituzionali, avrà un forte impatto sul quadro politico. Il partito della nazione, da tante parti invocato, avrà nel 4 Dicembre 2016 la sua data di nascita.
IL PD del dopo SI sarà un’altra cosa. Approdo di ogni trasformismo, perderà ogni legame con la sua storia e con la cultura della sinistra. E se in Emilia Romagna ciò non avrà effetti clamorosi, nel resto del paese la trasformazione genetica del PD sarà rapida ed evidente. Affluiranno i ceti parassitari, quelli che prima difendevano i propri interessi sostenendo Forza Italia, si allontaneranno i ceti legati al lavoro. Il congresso del PD che si andrebbe successivamente a celebrare sarebbe la sanzione di questo mutamento genetico.
Ma se in un primo momento una vittoria del SI potrà dare ebrezza a Renzi ed amici, io credo si tratterà di una vittoria di Pirro. Come già accaduto in Inghilterra ed in USA, la frattura fra mondo del lavoro e sinistra liberista potrebbe alimentare la peggior destra.
Dopo il 4 Dicembre tutto cambierà, e non semplicemente nell’assetto istituzionale.
Una vittoria del NO, non solo tutela gli spazi di democrazia ed autogoverno nella costituzione, ma tiene aperti gli scenari di evoluzione del PD, rende credibile un congresso aperto ad ogni esito.
Cari amici e compagni in queste ultime ore vi invito a pensarci.
cari saluti
Michele Bonforte
mercoledì 19 ottobre 2016
Sindaci per il SI’, NOI DICIAMO NO
Invitiamo i Primi cittadini reggiani a non partecipare alla manifestazione del 27 ottobre a Roma per non incrinare definitivamente i rapporti istituzionali e politici nei nostri territori.
Il 27 Ottobre, a Roma, è in programma la manifestazione dei 900 sindaci per il Sì. Capitanati da Giuseppe Sala. Obiettivo è quello di propagandare la bontà della riforma costituzionale targata Renzi-Boschi, indossando la fascia tricolore da primi cittadini.
Un’azione che, come ribadisce anche l’Anpi, risulta “impropria” essendo il sindaco espressione di tutta la città, non solo di una parte. Avevamo già denunciato il fatto che i nostri sindaci avessero sottoscritto l’appello di BastaUnSì (era il 1 Luglio) senza comunicare nulla alla cittadinanza. Tantomeno alle coalizioni che le governano e ai Consigli Comunali.
Nei Comuni di Reggio Emilia, Bagnolo e Fabbrico le maggioranze in Consiglio Comunale sono composte da esponenti del Pd e di Sel-Si. La componente di Sinistra ha sempre ribadito la propria contrarietà alla riforma, per noi “deforma”, costituzionale.
Quindi la domanda è d’obbligo: se i sindaci non possono rappresentare le municipalità e non possono nemmeno esprimere la posizione delle coalizioni di maggioranza locali (perché non schierate interamente per il Sì) e la volontà degli interi Consigli Comunali, che senso ha la loro presenza istituzionale ad una manifestazione di parte su un tema referendario?
Ricordiamo inoltre che la recente circolare prefettizia del 10 ottobre 2016 ricorda il "divieto per le pubbliche amministrazioni di svolgere attività di comunicazione", riferendosi agli "organi che rappresentano le singole amministrazioni e non con riferimento a singoli soggetti titolari di cariche pubbliche, i quali possono compiere, da cittadini, attività di propaganda al di fuori dell'esercizio delle proprie funzioni istituzionali, sempre che, a tal fine, non vengano utilizzati mezzi, risorse, personale e strutture assegnate alle pubbliche amministrazioni per lo svolgimento delle loro competenze".
Il 27 Ottobre, a Roma, è in programma la manifestazione dei 900 sindaci per il Sì. Capitanati da Giuseppe Sala. Obiettivo è quello di propagandare la bontà della riforma costituzionale targata Renzi-Boschi, indossando la fascia tricolore da primi cittadini.
Un’azione che, come ribadisce anche l’Anpi, risulta “impropria” essendo il sindaco espressione di tutta la città, non solo di una parte. Avevamo già denunciato il fatto che i nostri sindaci avessero sottoscritto l’appello di BastaUnSì (era il 1 Luglio) senza comunicare nulla alla cittadinanza. Tantomeno alle coalizioni che le governano e ai Consigli Comunali.
Nei Comuni di Reggio Emilia, Bagnolo e Fabbrico le maggioranze in Consiglio Comunale sono composte da esponenti del Pd e di Sel-Si. La componente di Sinistra ha sempre ribadito la propria contrarietà alla riforma, per noi “deforma”, costituzionale.
Quindi la domanda è d’obbligo: se i sindaci non possono rappresentare le municipalità e non possono nemmeno esprimere la posizione delle coalizioni di maggioranza locali (perché non schierate interamente per il Sì) e la volontà degli interi Consigli Comunali, che senso ha la loro presenza istituzionale ad una manifestazione di parte su un tema referendario?
Ricordiamo inoltre che la recente circolare prefettizia del 10 ottobre 2016 ricorda il "divieto per le pubbliche amministrazioni di svolgere attività di comunicazione", riferendosi agli "organi che rappresentano le singole amministrazioni e non con riferimento a singoli soggetti titolari di cariche pubbliche, i quali possono compiere, da cittadini, attività di propaganda al di fuori dell'esercizio delle proprie funzioni istituzionali, sempre che, a tal fine, non vengano utilizzati mezzi, risorse, personale e strutture assegnate alle pubbliche amministrazioni per lo svolgimento delle loro competenze".
Sinistra Italiana - Sinistra Ecologia Libertà
Reggio Emilia
martedì 11 ottobre 2016
Da dove vengono i rischi per la democrazia in italia?
Michele Bonforte
Un brontolio cupo e preoccupante viene dal fondo della scala sociale. Il Censis nel dicembre del 2015 lo aveva con chiarezza indicato “l’Italia di Matteo Renzi, è un Paese in «letargo esistenziale» in attesa di una ripresa continuamente annunciata sui mass media, una “tensione” che per ora non si è tramutata in un nuovo investimento collettivo.”
Una ripresa dell’occupazione e del reddito dei lavoratori che non è arrivata in due anni di governo Renzi, malgrado l’utilizzo di 30 ml di ulteriore debito pubblico (spesso si dimentica che la cosiddetta flessibilità che si chiede all’europa altro non è che il permesso ad indebitarsi ulteriormente).
Il jobs act ha di fatto usato fondi pubblici per trasformare contratti precari in contratti a tempo. Cessati i contributi pubblici sono esplose le forme di precarizzazione più spietate come i voucher. Il job act è stato un regalo per le imprese, con marginali vantaggi per pochi lavoratori.
C’è poco da meravigliarsi se tra giovani disoccupati ed anziani licenziati si diffonde la sfiducia nella capacità della politica di dare risposte. La crisi sta erodendo le basi su cui poggia la democrazia come l’abbiamo conosciuta. In assenza di un certo benessere, o della speranza di accedervi, prevalgono le narrazioni dell’odio. Ciò sta avvenendo in molte parti d’europa nel segno di una forte ripresa della destra estrema. Quando ciò non avviene è perché c’è in campo una proposta politica della sinistra sufficientemente netta e radicale da intercettare questo malumore profondo.
Queste preoccupazioni per la tenuta della democrazia sono diffuse nella sinistra italiana, e spesso vengono usate per legittimare, malgrado tutto, la necessità di una alleanza di centro sinistra. Lo fanno ovviamente esponenti della sinistra PD, ma lo fanno anche esponenti di primo piano della sinistra fuori dal PD come Pisapia o Zedda.
Si tratta a mio modo di vedere di un grossolano errore politico, che rischia di trascinare la sinistra nel gorgo del renzismo.
Il pericolo per la democrazia in italia non è di natura politica. Diversamente da molti altri paesi europei, l’area della destra radicale in Italia si può circoscrivere alla Lega Nord e Fratelli d’Italia, che non riescono a sfondare anche grazie alla presenza del M5S che di fatto fa da calamita al voto di protesta.
Il pericolo è invece di natura sociale: in assenza di una politica economica che generi buone occasioni di lavoro, si ingrossano le falangi di chi si allontana dalla politica, costituendo una riserva di rancore e risentimento disponibile per ogni avventura.
Chi oggi sta alimentando a piene mani queste falangi è proprio il PD e le sue politiche economiche e sociali. Ciò non avviene per incapacità, ma per la scelta deliberata di posizionare il PD verso il centro politico, per attrarre i voti cosiddetti moderati, scegliendo quindi di abbandonare gli interessi dei lavoratori e di sostenere quel misto di privilegi e malaffare che da sempre rappresenta l’elettorato moderato in italia.
Questa ricollocazione sociale del PD sta procedendo velocemente. Il PD è ormai pesantemente infiltrato da raccoglitori di voti e di tessere trasmigrati dal centro destra, ed ormai non sorprende vedere associati dirigenti del PD alle indagini della magistratura. Inoltre il rapporto di collateralità con i poteri forti (Banche, Confindustria) è ormai esplicito ed arriva alla dettatura dei provvedimenti di governo.
Penso dunque che anche in caso di sconfitta di Renzi, sarà difficile che il PD possa essere recuperato nel campo progressista.
Inoltre le difficoltà che oggi ha Renzi derivano dalla sconfitta che ha subito alle elezioni comunali a Torino e a Roma, dove con grande acume politico la sinistra si è presentata autonomamente.
Se si fosse fatto dappertutto come a Milano oggi probabilmente avremmo un Renzi più arrogante del solito.
La sinistra in italia ha un compito storico: nel perdurare della crisi sociale deve provare a dare rappresentanza politica ai gruppi sociali che la subiscono. Per farlo non può essere associata al PD che con tutta evidenza rappresenta altri interessi. Per farlo deve dotarsi di parole d'ordine nette e comprensibili che siano competitive con quelle della destra.
Ciò non significa accantonare la nostra vocazione al governo del paese, ma probabilmente ciò non potrà essere fatto con il PD, certamente non con questo PD renziano e non con questi rapporti di forza sfavorevoli.
martedì 12 luglio 2016
Lacerato il tessuto della maggioranza. Il Pd a Reggio Emilia ha paura del confronto sui contenuti del referendum costituzionale.
Michele Bonforte
Il re è nudo. Ieri pomeriggio la maggioranza del PD (e una parte della sua pavida minoranza) ha affossato la mozione presentata due mesi fa da Lucia Lusenti (consigliera di Sinistra Italiana - Sinistra Ecologia Libertà) in consiglio comunale di Reggio Emilia.
Dopo aver cercato per settimane di evitare la discussione, alla fine il PD ha scelto di bocciare una mozione presentata da un partito che fa parte della maggioranza.
Quello che è stato respinto non è un giudizio sul referendum costituzionale, su cui ovviamente ognuno ha il suo, ma la richiesta che la giunta organizzasse momenti alti di confronto fra le ragioni del SI e del NO, per rendere consapevole il voto dei cittadini.
Lo ha precisato con nettezza l’assessore Valeria Montanari, che ha circoscritto l’impegno del comune agli stretti adempimenti previsti dalla legge, per informare i cittadini come e quando si voterà, ma non su cosa si voterà.
Mentre Luca Vecchi aderisce, come Sindaco e non come privato cittadino, agli appelli per il SI, si è voluto impedire che Reggio Emilia, città storicamente legata alla costituzione repubblicana, divenisse il luogo del confronto su un tema che avrà in ogni caso un forte impatto sulla vita democratica del paese.
Il PD ha scelto di lacerare il tessuto della maggioranza. Si è negato ad una forza politica che responsabilmente sostiene da due anni l’operato della giunta, quello che è un’attività ordinaria dell’amministrazione: organizzare eventi di alto valore simbolico su temi centrali nella vita politica e sociale del paese.
Ci si è adoperati per dare al ministro Maria Elena Boschi la platea per insultare i partigiani, si nega oggi il confronto di merito sulla riforma costituzionale.
Il PD ha paura delle idee, ed evidentemente preferisce un voto di schieramento che non un voto informato e consapevole.
Ieri pomeriggio in quel consiglio era netta anche una differenza di stile, direi quasi antropologica. Da un lato la nostra consigliera Lucia Lusenti, che con la sua caparbietà e le sue emozioni, chiamava tutti ad un voto libero e consapevole su un tema così importante, dall’altro il capogruppo del PD Andrea Capelli che usava tutti i sotterfugi della bassa politica, per indurre molti consiglieri del PD ad un voto contro le loro intime convizioni.
Voglio ringraziare Lucia Lusenti per quello che sta facendo, e i consiglieri del PD che hanno resistito all’ordine di allinearsi. Fra poche settimane si accorgeranno che pur essendo pochi in consiglio comunale, rappresentano una grossa parte, io credo la maggioranza, del popolo di sinistra nella nostra città.
martedì 5 luglio 2016
martedì 21 giugno 2016
Un voto per il cambiamento ... di Renzi!
Michele Bonforte
Renzi perde. Punto.
E perde perché ha deluso il suo racconto surreale di una Italia che ce la fa’, mentre i soliti noti banchettano con i soldi pubblici (13 ml per il job act alle imprese, 5 ml per l’imu dei ricchi), e la disoccupazione e la mancanza di futuro morde i giovani.
Bisognerebbe liberarsi di Renzi, ma temo che la sconfitta lo porterà ad aumentare la posta in gioco. Il referendum costituzionale rischia di scassare la democrazia italiana, fornendo ad una destra, che oggi è divisa ma non sconfitta, la possibilità di far saltare il banco. Grazie anche all’italicum, con un 30% di voti la destra potrebbe comandare in parlamento, conquistare il governo, nominare il presidente della repubblica e controllare la corte costituzionale.
I 5 stelle vincono. Uniscono il vaffa corale a Renzi, con la voglia di sperimentare un’altra agenda politica, diversa da quella disastrosa dell’austerità imposta dall’Europa.
La sinistra-sinistra è messa meglio di quanto appare.
Il risultato di Roma non è così disprezzabile. La vittoria a Cagliari con Zedda di un centro-sinistra che in Italia non c’è più, ci parla della catastrofe politica di Renzi (ma in parte anche di Bersani) che hanno ucciso un progetto politico per l’ossessione di guardare o diventare il centro moderato dello schieramento politico. La vittoria a Napoli, ma anche in altre città più piccole, ci dice della potenzialità di una proposta di sinistra popolare, alternativa al PD.
L’affermazione delle civiche di sinistra, significativa a Bologna e Ravenna, ci parlano di una potenzialità in questa regione tutta da cogliere.
I risultati deludenti di Torino e Milano, ci dicono che c’è ancora molto da fare per essere credibili.
Queste elezioni ci hanno colto in mezzo al guado. Ora si tratta di proseguire con decisione.
Alcune cose sono chiare. Ai ballottaggi l’elettorato di sinistra si è comportato con saggezza, a prescindere dalle indicazioni ufficiali. A Bologna e Milano, dove c’era il rischio della vittoria della destra, ha sostenuto il candidato del PD. A Torino, e Roma dove la proposta di cambiamento era stata interpretata di M5S, hanno preferito votare contro il PD. Un atteggiamento pragmatico, dove è chiaro che fra M5S e PD non c’è una scelta preferenziale, ma dipende dal contesto locale e dalle idee messe in campo.
Chi aveva puntato al riflesso condizionato della sinistra a favore del PD ha clamorosamente sbagliato. Dipingere il M5S come un rischio democratico, mentre si fa’ saltare la costituzione, e si tentano accordi con pezzi di Forza Italia al sud, alla fine non è risultato credibile.
Il vero rischio per la democrazia in Italia è oggi Renzi ed il PD.
Contro il suo populismo tecnocratico occorre mettere in campo un populismo democratico. Una narrazione che parta dalla sofferenza sociale e mandi a quel paese gli amici di merenda di Renzi e soci. Una intransigenza democratica che rifiuti i maneggi di questo gruppo di potere, che vuole prendere in ostaggio la nostra democrazia.
Il referendum costituzionale, ma anche i referendum sociali promossi dalla CGIL, sono la linea di demarcazione.
Chi a sinistra non comprenderà l’esigenza della vittoria del No, si consegnerà all’ordalia del Renzi vincente. Questo vale per la sinistra interna al PD e per quella che vagheggia il bel tempo andato del centrosinistra.
Hic Rhodus, hic salta.
martedì 31 maggio 2016
Vecchi per il Si? E’ autolesionismo.
Michele Bonforte
La riforma della Costituzione di Renzi, tocca fra l’altro anche i rapporti fra le autonomie locali ed il governo centrale. Dopo anni di sbornia federalista imposta dal PD con la modifica del titolo 5°, che ha ingenerato un conflitto permanente fra Stato e Regioni, ora si torna indietro. Ma non si torna al testo originario, prima cioè delle manomissioni da apprendista stregone fatte dal PD. Non si ritorna cioè alle autonomie locali, ma un neocentralismo che depaupera gli Enti Locali di molte competenze e costituzionalizza la loro finanza derivata da decisioni dello Stato.
Già oggi gli enti locali subiscono tagli e rimaneggiamento della fiscalità sulla base di esigenze di cassa dello Stato e delle esigenze elettoralistiche del premier di turno. Ora tutto ciò viene, confusamente, portato nel testo costituzionale.
Come è naturale i cittadini si rivolgono più facilmente agli enti locali che non al governo, anche solo per la prossimità dei Sindaci rispetto alla lontananza dei Ministri. Per questo la centralizzazione delle risorse e delle decisioni risponde al criterio generale di riduzione democratica che informa la proposta di Renzi.
Per queste ragioni un Sindaco dovrebbe sostenere il rafforzamento dei Comuni a prescindere, non la loro riduzione in dependance del governo centrale.
Prevale sul merito e sugli interessi dei cittadini, la genuflessione al nuovo imperatore Renzi. Chi spera di far carriera politica nel PD sa bene che alle prossime elezioni i deputati ed i senatori, grazie anche all’italicum, verranno nominati da Renzi e non eletti dai cittadini.
Chi oggi partecipa alla vandea istituzionale renziana può sperare di essere premiato e purgato da precedenti e non opportune collocazioni.
Con questa “deforma” costituzionale saremo meno liberi, e saremo anche più poveri. Ora prendiamo atto che avremo anche un personale politico locale più prono e meno capace di rappresentare gli interessi dei cittadini che li hanno eletti.
Dopo i giganti che hanno fatto la nostra costituzione assistiamo al mercatino delle pulci delle convenienze personali.
Non è per questo che i cittadini votarono Vecchi 2 anni fa.
Già oggi gli enti locali subiscono tagli e rimaneggiamento della fiscalità sulla base di esigenze di cassa dello Stato e delle esigenze elettoralistiche del premier di turno. Ora tutto ciò viene, confusamente, portato nel testo costituzionale.
Come è naturale i cittadini si rivolgono più facilmente agli enti locali che non al governo, anche solo per la prossimità dei Sindaci rispetto alla lontananza dei Ministri. Per questo la centralizzazione delle risorse e delle decisioni risponde al criterio generale di riduzione democratica che informa la proposta di Renzi.
Per queste ragioni un Sindaco dovrebbe sostenere il rafforzamento dei Comuni a prescindere, non la loro riduzione in dependance del governo centrale.
Prevale sul merito e sugli interessi dei cittadini, la genuflessione al nuovo imperatore Renzi. Chi spera di far carriera politica nel PD sa bene che alle prossime elezioni i deputati ed i senatori, grazie anche all’italicum, verranno nominati da Renzi e non eletti dai cittadini.
Chi oggi partecipa alla vandea istituzionale renziana può sperare di essere premiato e purgato da precedenti e non opportune collocazioni.
Con questa “deforma” costituzionale saremo meno liberi, e saremo anche più poveri. Ora prendiamo atto che avremo anche un personale politico locale più prono e meno capace di rappresentare gli interessi dei cittadini che li hanno eletti.
Dopo i giganti che hanno fatto la nostra costituzione assistiamo al mercatino delle pulci delle convenienze personali.
Non è per questo che i cittadini votarono Vecchi 2 anni fa.
sabato 21 maggio 2016
No ad una involuzione autoritaria della Costituzione
Michele Bonforte
La riforma della Costituzione che Renzi vuole imporre al paese tocca decine di articoli, e ovviamente contiene anche alcune cose positive. Ma per approvare un passo condiviso bisognerebbe ingoiarne decine decisamente indigesti. La cifra globale, insieme alla legge elettorale iper maggioritaria già in vigore, è quella di una torsione autoritaria senza precedenti. Il nemico numero uno è la sovranità elettorale: si sostituisce il Senato eletto dai cittadini con quello nominato dai partiti. Invece di eliminare il Senato, lo si mantiene in piedi per riempirlo di esponenti politici provenienti dalle regioni e dai comuni, probabilmente alla ricerca di protezione dall'attenzione dei giudici.
La possibilità di nominare i componenti della Corte Costituzionale viene consegnata di fatto al partito che conquista la Camera e le Regioni con i premi di maggioranza. Basta cioè un 30% scarso di voti per fare quello che oggi la Costituzione permette a chi rappresenta almeno il 70% degli elettori.
La stessa Camera dei Deputati diventa subordinata al Governo nell'attività legislativa, diventando di fatto una sede di mera ratifica degli atti del Governo. E qui, ancora una volta, la nuova legge elettorale peggiora di molto la situazione. Non solo perché consegna la maggioranza dei seggi a chi non ha la maggioranza fra gli elettori, ma perché permette ai partiti di scegliere con i capilista bloccati oltre l'75% dei deputati, che diventano non scelti dagli elettori ma nominati e legati da un rapporto fiduciario al segretario del partito che li ha nominati.
Si congegna così un meccanismo istituzionale adatto ad ogni avventura autoritaria, l'esatto opposto dello spirito di chi la Costituzione la fece per chiudere con il ventennio fascista.
Per questo assistiamo allibiti all'intenzione del PD sempre più manifesta di trasformare Reggio Emilia nella capitale del SI a questa riforma costituzionale. Si assiste allibiti alla violenza verso la storia di questa terra, al reclutamento coatto della memoria e dei simboli della sinistra e dell'antifascismo ad uso e consumo dell'avventurismo renziano.
Le istituzioni locali vengono irreggimentate a questo bisogno propagandistico, gli esponenti dell'ANPI attaccati perché non si piegano al diktat di Renzi.
Il comune di Reggio Emilia ha voluto giustamente ricordare il 70° anniversario del suffragio universale. Ma il convegno legato alla ricorrenza viene piegato dal sindaco Vecchi e dall'assessora Maramotti alle esigenze propagandistiche del PD di Renzi. 70 anni fa le donne conquistarono il diritto di voto. Con questa riforma della legge elettorale e della costituzione, oggi rischiano di perderlo (insieme ai maschi) per una buona quota. La ministra Boschi rappresenta questa sottrazione di libertà e non certamente la conquista del diritto di voto per tutte le donne. Altre e con ben maggiore levatura potevano presenziare il convegno, ma il PD ha inteso far coincidere, come sempre più spesso gli capita, i propri interessi elettorali con l'attività istituzionale del Comune.
Da Reggio Emilia deve partire la resistenza democratica contro l'avventurismo renziano. Il sindaco Vecchi farebbe bene a ricordare che questo governo toglie risorse ai comuni, e questa riforma della costituzione toglie poteri agli enti locali.
Noi di Sinistra Italiana lo ricordiamo bene. Non è per questo che i cittadini votarono Vecchi 2 anni fa. Di certo su questa involuzione non avrà il nostro consenso, ma il nostro più netto dissenso.
giovedì 5 maggio 2016
Mafie a Reggio Emilia: i compiti della politica.
Michele Bonforte
La diffusione della criminalità organizzata ha delle pesanti conseguenze per la vita della comunità che abita in quel territorio. Quando non insinua la paura, di certo distorce la vita economica, corrode le relazioni sociali, inquina la vita quotidiana e la allontana dalle istituzioni democratiche. Ecco perché è impossibile non accorgersi di quanto stava avvenendo. Ed ecco perché la politica se ne deve occupare prima che inizi il lavoro dei magistrati e della polizia, che intervengono ad accertare reati dopo che gran parte dei danni sono già accaduti.
Avere la consapevolezza che la ‘ndrangheta a Reggio Emilia c’è stata, e c’è tuttora, significa accettare che vi è stato una corruzione del corpo vivo della nostra comunità, e che occorre porvi rimedio prima che i danni siano ben maggiori.
Significa essere consapevoli che determinate decisioni, a prescindere che siano più o meno giuste, creano le condizioni favorevoli per l’ingresso del crimine organizzato.
Le grandi opere (come la TAV) e l’accento posto sull’espansione edilizia negli anni passati hanno realizzato queste condizioni. Anche se come sinistra siamo stati fortemente critici di quella stagione, non pensiamo affatto che chi era a favore fosse un sostenitore della criminalità organizzata. Ma aver ignorato quanti segnalavano che quelle erano occasioni ghiotte per il crimine organizzato, perché si diceva, Reggio Emilia aveva gli anticorpi, è stato un errore. E nel campo della sicurezza l’errore peggiore è quello di sentirsi immotivatamente sicuri, lasciando campo aperto ed inosservato all'azione dei “cattivi”.
La criminalità organizzata prospera se vi sono determinate condizioni.
Serve un fiorente settore dell’economia criminale da cui ricavare ingenti rimesse (droga, prostituzione, racket, usura, scommesse). Questo settore a Reggio Emilia c’è, ed è stata finora insufficiente sia l’azione di repressione, che la comprensione che occorre sottrarre al crimine organizzato questi mercati, legalizzando droghe e prostituzione. Chi finora si è opposto a questi provvedimenti ha di fatto dato alla criminalità organizzata la condizione ideale per insediarsi.
Serve poi un modo per investire e ripulire questi proventi. A Reggio Emilia l’edilizia facile è stata per 20 anni la lavatrice dei fondi neri della criminalità. Chi ha avviato questa stagione del mattone facile, proprio mentre a livello nazionale si allentavano i controlli sui cantieri e sugli appalti, ha creato il terreno di coltura ideale per l’espansione della ‘ndrangheta. Decine di professionisti ed imprenditori reggiani sono stati reclutati per costruire l’impalcatura legale di questo sistema, la superficie di contatto “presentabile” fra il tumore criminale e l’economica locale.
Ma la differenza fra una banda di criminali pura e semplice e il fenomeno mafioso come lo conosciamo in Italia, è nell'insediamento sociale, nell'esistenza di un’area grigia che non commette necessariamente reati, ma che ricava indirettamente un beneficio e può esprimere sostegno e consenso. Una parte, anche se piccola, della popolazione di provenienza cutrese, è stata interessata. Migliaia di persone e centinaia di piccole imprese sono state coinvolte, più o meno inconsapevolmente, nella catena di estrazione di soldi dall'economia criminale e di riciclaggio ed investimento nell’attività economica legale. La presenza di cittadini che provengono da Cutro data da molti decenni, ma la relazione fra queste persone ed il resto della città è stata subito incanalata in un rapporto fra entità distinte e diverse, sia per l’atteggiamento dei reggiani che degli stessi cutresi.
In un gioco degli specchi si è così favorita la crescita di una subcultura che si vede e viene vista come una specie di etnia, con una sua antropologia “altra”, una comunità separata ed incistata dentro quella reggiana. Tutto ciò ha favorito la presa della criminalità organizzata sulla parte più fragile di questa popolazione.
L’errore più grande della politica reggiana è stata proprio quello della etnicizzazione della questione cutrese, del farne un bacino di consenso separato e riservato a rappresentanti di comunità.
A colpire i crimini, dopo anni di sottovalutazioni, ci penserà finalmente la magistratura. Alla politica rimane il compito non di commentare cosa fanno i magistrati o discettare quanto sia grave il coinvolgimento penale dell’uno o dell’altro. Alla politica rimane da fare il suo mestiere: creare le condizioni perché tutto ciò non si ripeta. E dunque occorre discutere di come legalizzare il mercato della droga e del sesso, di come rendere preventivo il controllo delle imprese che agiscono nelle opere pubbliche, nei subappalti e nell'edilizia, di come si sostiene chi viene risucchiato nel giro dell’usura, di come circoscrivere l’area del gioco d’azzardo, ecc.
Per queste cose ci vorrà tempo, ci vorrà sopratutto una azione decisa del governo nazionale che finora pare disinteressato alla materia.
Ma da subito possiamo smettere di trattare i cittadini reggiani che provengono da Cutro come figli di un dio minore. Non servono le processioni a Cutro dei politici locali a dare spettacolo spesso senza capire quali messaggi stanno veicolando.
Serve invece parlare con i cittadini reggiani, ivi inclusi quelli di origine cutrese, dei problemi che vivono a Reggio Emilia.
Possibilmente facendolo a Reggio Emilia.
domenica 17 aprile 2016
I SI al referendum sulle trivelle sotto il quorum, ma sopra i voti ottenuti da Bonaccini e Renzi
Michele Bonforte
Alla fine le tecniche di “distrazione di massa” messe in atto dal Governo Renzi l’hanno avuto vinta sulla partecipazione al referendum sulle trivelle.
Ma la presenza alle urne di 15,5 milioni di elettori pari al 31,2% non può essere trascurata. Al suo interno vi è tutto il malessere del popolo di sinistra per un governo ed un PD che hanno tradito il mandato elettorale ricevuto alle ultime elezioni politiche.
La sottovalutazione degli effetti politici di questa partecipazione significativa anche se non maggioritaria, ha un peso di rilievo ad esempio nella nostra regione.
L’attuale presidente Stefano Bonaccini ha ottenuto nelle ultime elezioni regionali 615.723. I SI al referendum sulle trivelle sono stati ben 901.088. A rigor di logica dunque la legittimità a governare di Bonaccini è inferiore al mandato dato dall’elettorato sulle trivelle. Ma nell’afasia democratica che attraversiamo, abbiamo potuto vedere Bonaccini schierarsi a favore dell’astensione, immemore di aver già fatto il pieno di astensioni!
Allo stesso modo 13,3 milioni nazionali di SI sono molti di più di 11.2 milioni di voti alle europee del PD (il famoso 40 per cento di Renzi).
Renzi e soci che oggi festeggiano con le astensioni, stanno ballando sulla tolda del Titanic.
Perché con le astensioni puoi far finta di aver vinto un referendum, ma alle elezioni (e al referendum costituzionale) poi servono i voti veri.
Perché con le astensioni puoi far finta di aver vinto un referendum, ma alle elezioni (e al referendum costituzionale) poi servono i voti veri.
mercoledì 13 aprile 2016
Renzi, l’azzardo, le trivelle e la democrazia
Michele Bonforte
Solo su quello che ci porterà al voto il 17 Aprile, non vi sono stati tentativi di intervento da parte del Governo né di sostanza né per eluderlo. Eppure il contenuto di questo quesito, cioè l’abolizione del rinnovo indefinito della concessione nelle piattaforme di trivellazione marine entro le 12 miglia, non era tanto diverso da un altro, evitato, che riguardava lo stesso tema ma per le perforazioni a terra.
Come mai il governo Renzi ha voluto portare il paese al voto?
Non certo per la rilevanza data al quesito o per la ricerca di un consenso sul merito, visto che la posizione ufficiale del PD di Renzi è che il referendum è inutile e dunque tanto vale starsene a casa astenendosi.
Appare molto fondata l’impressione che siamo di nuovo davanti alla voglia del premier di giocare d’azzardo nel tentativo di conseguire risultati politici che gli spianino il percorso fino al desiderato trionfo nel prossimo referendum costituzionale.
Renzi ha voluto tenere il referendum sulle trivelle a tutti i costi puntando sul suo fallimento, anche grazie scelta di non abbinarlo alle elezioni comunali, per regolare i conti sia dentro il PD, che nel rapporto istituzionale fra Stato e Regioni.
Renzi ci offre un anticipo sulla riforma costituzionale neoautoritaria che verrà. Dopo la sbornia del federalismo regionale, che portò il PD ad una pessima riforma costituzionale sul titolo 5°, ora il pendolo ritorna sul centralismo statale. Chi ci va di mezzo sono le comunità locali, la loro capacità di autogoverno, e la costituzione continuamente strappata alle convenienze politiche del momento.
Renzi pensava di averla vinta facile, visto lo stato pessimo dell’immagine delle regioni. Ma non aveva previsto che la rete di collusioni ed affari che lo ha sorretto finora, portandolo al governo senza mai essere stato votato, potesse crollare proprio a pochi giorni dal voto sulle trivelle.
Lo scandalo dei pozzi petroliferi in Basilicata che ha colpito la ministra Guidi è la punta dell’iceberg di una gestione a dir poco disinvolta della cosa pubblica.
Al tavolo da poker oggi sono uscite carte pessime per Renzi. Anche ai migliori giocatori può capitare di perdere.
Si tratta di capire se l’Italia ha proprio bisogno di un ludopatico al governo, tentato dal rilancio continuo.
sabato 9 aprile 2016
Michele Bonforte a Decoder, trasmissione di Telereggio
Al centro della conversazione con il coordinatore provinciale di SEL i rapporti con Il Pd, che a livello nazionale sono sempre più conflittuali. Il referendum no triv. A Reggio Emilia si parla di Iren, acqua pubblica e della presenza della criminalità organizzata.
venerdì 4 marzo 2016
Renzi va alla guerra
Michele Bonforte
C’è una regola aurea nella tradizione politica italiana. Quando la politica interna non da soddisfazioni, si passa ad un interventismo spinto in politica estera.
Malgrado i proclami e le quotidiane esternazioni sull’Italia che cambia verso, tutti i sondaggi di opinione confermano il permanere del pessimismo sulla situazione economica del paese, che rimane fanalino di coda in Europa su occupazione e PIL.
Ora apprendiamo che in questi mesi, in gran segreto, si è preparato un piano di intervento militare in Libia. Gli Usa ci mettono la copertura aerea con i droni. L’Italia ci dovrebbe mettere le proprie basi militari (come al solito!) e alcune migliaia di soldati pronti a mettere i famosi "boots on the ground".
Che la situazione di disgregazione della Libia richieda un intervento deciso della comunità internazionale appare comprensibile. Che tale intervento sia prevalentemente militare e che sia assegnato all’Italia è un azzardo gravido di pessime conseguenze.
Appare utile ricordare come l’attuale situazione sia la conseguenza di un assurdo intervento militare di Francia ed Inghilterra (con l’Italia a seguito), che per destituire un dittatore (Ghedaffi) hanno fatto spazio a decine di autocrati tribali, e agevolato così l’insediamento del fondamentalismo jihadista a pochi chilometri dal nostro paese.
L’intervento italiano avverrebbe all’interno di un paese diviso ora su linee tribali, dove l’unico elemento di unificazione potrebbe essere proprio la lotta all’esercito di un paese straniero, che guarda caso è proprio quello che gestisce le risorse petrolifere con proprie aziende (ENI) e che ha una poco nobile storia coloniale alle spalle.
L’Italia sarebbe nella non invidiabile situazione di dover rispondere per gli “effetti collaterali” dei bombardamenti intelligenti dei droni, calamitando sulle nostre truppe e sul nostro territorio nazionale l’odio di un popolo che fino a pochi anni viveva nel benessere economico anche se non nella libertà. Né è da trascurare l’ipotesi che un nostro intervento militare richiami in Libia combattenti jihadisti dell’area, e trasformi ogni italiano che viaggi in Africa in un obiettivo per il franchising del terrorismo globale.
Renzi sta scherzando con il fuoco. Per distrarci dai suoi insuccessi interni, rischia di precipitarci nell’inferno di una guerra lunga e sporca.
L’alternativa c’è. Ed è quella di un intervento che usi le stesse risorse economiche che verrebbero bruciate nella guerra, per stabilizzare i paesi del nord Africa, a cominciare dalla Tunisia e dall’Algeria che vanno inseriti con clausole di vantaggio nel mercato comune europeo. E che dia sostegno anche militare a chi in Libia è intenzionato a combattere contro il nazismo jihadista. Come insegnano i curdi in Sira ed Iraq, i migliori combattenti sono quelli che si battono per la propria libertà.
Certo, una volta agguantata la vittoria, poi vogliono decidere da soli il destino delle loro terre. Ma, a meno che non coltiviamo insensati disegni neocoloniali, questo alla fine è un bene anche per noi.
sabato 27 febbraio 2016
La sinistra PD oltre il guado
Michele Bonforte
Poichè negli stessi giorni a Roma prendeva il largo il progetto di Sinistra Italiana, nasce il sospetto di un’operazione fatta solo per rubare la scena a chi chiama la sinistra a raccogliersi fuori ed in alternativa al PD di Renzi. O per prevenire una emorragia di militanti dal PD, offrendo loro qualcosa di sinistra a cui aggrapparsi.
Ma occorre almeno per un attimo prendere sul serio il proposito di Enrico Rossi. E porsi di conseguenza la domanda se il PD dopo tre anni di cura Renzi sia contendibile e riorientabile a sinistra.
Il progetto di Renzi di allargare e riposizionare al centro il PD, dopo numerosi intoppi, sembra negli ultimi mesi aver colto alcuni significativi successi. Al di là dell’impresentabilità di Verdini e soci, l’emorragia di parlamentari da Forza Italia alla maggioranza di governo non è una semplice manifestazione di trasformismo parlamentare, ma rappresenta un fenomeno reale presente nel paese.
Più visibile al Sud, ma presente anche in altre regioni, capicorrente del centro destra aderiscono al PD insieme alla propria rete di consenso. Il tesseramento al PD dopo anni di diminuzioni, registra nel 2015 una certa ripresa, malgrado vi siano significativi abbandoni da sinistra. Il PD sta mutando nel partito della nazione. Quello che prima era solo un progetto, oggi è un processo in atto. In molte città dove si andrà al voto fra pochi mesi, il PD si presenta con al fianco delle liste civiche di destra, in modo da offrire un ponte a questa auspicata migrazione di ceto politico.
Bisogna dare atto a Renzi della tenacia e perseveranza con cui prosegue il suo disegno strategico: spostare al centro il PD, per renderlo appetibile all’elettorato di destra.
Complici i grillini, anche l’occasione della discussione sul riconoscimento delle coppie omosessuali, è servito per fare un altro passo in quella direzione.
Imbarcare in maggioranza Verdini e soci, e dare un profilo “europeo” al partito della nazione, sensibile sui diritti civili quanto chiuso sui temi sociali.
Oggi la sinistra interna al PD denuncia il suo snaturamento. Ma ciò è avvenuto sopratutto attraverso l’emanazione di leggi lontanissime dai valori che ispirano la sinistra (jobs act, e sconto tasse alle case dei ricchi, per citarne alcune).
La difficoltà della sinistra interna al PD sta tutta qui: denuncia uno slittamento moderato del PD, ma ha votato in questi anni tutti i provvedimenti che l’hanno materializzato.
La sinistra del PD sembra difendere senza idee e forza il bidone vuoto del PD delle origini, richiamandosi spesso alla lontana epoca dell’Ulivo.
Ma il PD è cambiato non solo nelle idee che lo ispirano, ma anche nella sua composizione materiale, in modo che sembra ormai irreversibile. Se oggi si ponesse il tema di un ricambio della leadership di Renzi, ciò avverrebbe non riportando il pendolo a sinistra, ma consegnandolo a qualcuno dei giovani rampanti del cerchio magico di Renzi. E forse allora rimpiangeremmo quel po’ di sinistra che in Renzi pure esiste.
Se c’è una possibilità di cambiare il PD questa passa attraverso la bocciatura nel referendum costituzionale, e non chiedendo un congresso dove si registrerebbero i mutati rapporti di forza interni.
Avrà la sinistra del PD il coraggio delle proprie idee?
Oltre il guado del referendum costituzionale, nulla sarà più come prima.
domenica 21 febbraio 2016
I diritti civili nel frullatore dell'ipocrisia fatta politica
Michele Bonforte
Se Il M5S piange, il PD di certo non ride. In quel partito c'è chi vuole i diritti delle coppie omosessuali, c'è chi invece li combatte come il peggiore dei mali. Come possono stare nello stesso partito ispirazioni ideali così diverse? Quel partito sta insieme per l'esercizio del potere e via via perde ogni propria caratterizzazione. Un gruppo agguerrito di cattolici fondamentalisti spesso amici di Renzi, sequestra il posizionamento laico del Pd.
Chi aderisce al Pd da tempo non sa da che parte dello spartiacque sociale si pone, se dalla parte dei diritti del lavoro o della finanza. Oggi non sa nemmeno se sta con i diritti civili o con l'oscurantismo fondamentalista. Più che un partito è una maionese. E qualora non avesse il potere in mano finirebbe per impazzire.
venerdì 5 febbraio 2016
La criminalità organizzata esce allo scoperto perché oggi è ostacolata
La criminalità organizzata a Reggio Emilia c’è da almeno 25 anni. La presenza fu silente perché il clamore dell’opinione pubblica non aiuta un’opera di infiltrazione che, per essere efficace, è lenta e capillare.
Le condizioni favorevoli per l’insediamento della criminalità organizzata si ebbero alla fine degli anni 90 con il boom edilizio e la stagioni delle grandi opere. Chi studia la mafia e la ndrangheta da anni, ha più volte segnalato come i subappalti e la movimentazione terra siano i canali storici della penetrazione in una economia in espansione. A Reggio Emilia (ma anche in altre parti della nostra regione) le politiche di espansioni urbanistica e i grandi appalti come la TAV, sono stati il brodo di coltura della criminalità organizzata. Chi allora fece quelle scelte politiche senza prevedere meccanismi di vigilanza efficaci, ha di fatto, anche senza volerlo, spalancato la città alla criminalità organizzata.
Già allora forze politiche e sindacali, denunciarono questo rischio, anche se non mancarono le sottovalutazioni da parte di chi era al governo della città, pur in presenza di episodi violenti. La nascita della giunta Delrio avvenne proprio intorno alla chiusura della stagione dell’edilizia “facile” che stava distruggendo il territorio. Più volte da parte sindacale si denunciarono le conseguenze negative sui lavoratori di un sistema di subappalti che spesso si basava sul lavoro nero e lo sfruttamento della manodopera.
Non sempre tutti gli attori istituzionali allora ne furono consapevoli. E neanche la cosiddetta società civile.
Oggi l’inchiesta Aemilia fa emergere la capillarità della presenza della ‘ndrangheta. Ma fa emergere anche come non sia riuscita a penetrare in modo efficace nel mondo politico e nella pubblica amministrazione in modo da influenzarne l’operato.
La crisi economica e quella più profonda dell’edilizia, hanno colpito non solo gli operatori normali, ma anche il businnes criminale, con una intensità che ha frastornato i ndranghetisti. I loro tentativi di uscire da quella situazione sono stati spesso inefficaci, anche grazie alla nuova consapevolezza da parte della politica e della società civile. Oggi gli attacchi al Sindaco Vecchi avvengono perché questa giunta è un ostacolo a quegli interessi.
Sarebbe bene non dividersi di fronte alla necessità di combattere un nemico pericoloso. Ciò non vuol dire silenziare le critiche. Se vi sono proposte per cambiare o rendere più efficace l’azione dell’amministrazione comunale contro la criminalità organizzata ben vengano.
Ma è un errore credere che questa sia l’occasione per speculare qualche decimale di consenso puntando ad una generale confusione fra chi è colluso, chi non ha visto e chi invece contrasta la criminalità organizzata.
Così come è un errore criminalizzare i “cutresi” in quanto tale. Non solo si compie un inconcepibile offesa alla dignità di migliaia di persone che vivono e lavorano onestamente. Ma si commette l’errore politico di regalare la rappresentanza politica e la difesa degli interessi di un pezzo consistente della città a chi è disposto a venire a patti con la ndrangheta.
La lotta alla criminalità organizzata si fa vigilando sui settori economici a rischio (come le sale gioco, l’edilizia, i lavori pubblici, ecc) e sostenendo chi subisce in prima persona il ricatto criminale.
Tale lotta è più efficace se si coinvolge la popolazione nella definizione delle priorità di azione, poiché è più facile influenzare pochi isolati decisori, che non migliaia di persone che democraticamente discutono e decidono sul che fare.
Per questo, nel mentre rinnoviamo la solidarietà al Sindaco Vecchi, costretto a vivere sotto vigilanza, lo invitiamo ad approfittare di questo frangente per chiamare la città a discutere.
Così come facemmo nella definizione del programma nella bella e partecipata giornata al Centro Malaguzzi di due anni fa, oggi serve uno scatto democratico.
Perché il tagliando a questa giunta lo devono fare i cittadini, non le lettere di un inquisito, o la baruffa confusa di una politica attenta all’immagine e lontana dalla sostanza.
martedì 26 gennaio 2016
ESSERE od APPARIRE, note a margine della polemica sul sindaco Vecchi e la sua casa.
Che tale vicenda fosse molto gonfiata appariva già ad una analisi superficiale. Vecchi (anzi sua moglie) ha comprato una casa non di lusso ad un prezzo di mercato, e l’unico appunto che gli si può fare è di non aver collegato, anni dopo, il nome di chi gli aveva venduto la casa con quello apparso nell’inchiesta. Proprio perché mi sembrava veramente poco per sollevare un tale putiferio, mi son rivolto ad amici del M5S per capire bene le ragioni di tale attacco. E il senso che ne ho ricavato è che non si dubita dell’onesta di Vecchi, ma dell’inopportunità del suo accostamento, anche se involontario, ad un presunto criminale: “un Sindaco insomma non deve essere solo onesto, ma apparire anche tale”.
La frase mi ha collegato ad antichi ricordi scolastici sulla moglie di Cesare che per l’appunto “... deve non solo essere onesta, ma anche sembrare onesta.”
Già allora la frase mi sembrava contenere un inganno. Si può interpretarla come l’esigenza di essere onesti al massimo grado. O al contrario che quel che conta non è essere onesti, ma sembrarlo.
Mi pare che questo concetto calzi molto bene con la situazione attuale. L’apparire prevale sull’essere, la comunicazione razionale prevale su quella emozionale. L’odio e l’amore sono l’impasto di una comunicazione pubblica binaria, che con gradi diversi, lega nord e m5s praticano. Lo stesso Renzi, con la sua delicata narrazione dei gufi, divide gli italiani fra quelli che stanno con lui e quelli che “tifano” contro di lui.
La lotta politica fugge dai problemi reali per rifugiarsi nelle sciocchezze additate come questioni morali. Il PD invece di licenziare il sindaco Marino con un aperto dissenso su quel che fa (o non fa), preferisce l’argomento ridicolo degli scontrini o delle multe alla panda personale di Marino. Il M5S, invece di difendere la sindaca di Quarto Rosa Capuozzo, che ha respinto i tentativi che volevano corromperla, la licenzia perché è percepita dall’opinione pubblica come avvicinabile dalla criminalità, ed incrina l’immagine del movimento.
Nel crepuscolo della democrazia reale, mentre le decisioni vere vengono prese da ristretti circoli di super ricchi, la politica si occupa dell’apparire. Nel frattempo i ricchi diventano più ricchi, i poveri più poveri, l’inquinamento della terra aumenta, la guerra bussa alle nostre porte e i disperati della terra cercano di superarle a rischi della loro vita.
Ma queste sono cose serie e dure.
Meglio apparire.
venerdì 15 gennaio 2016
Sul neofascismo e la libertà di parola
Michele Bonforte
Mi batterò perché tu possa dire cose che non condivido, ma ti impedirò di ledere la mia libertà.
Riemergere in Europa ed in Italia il fantasma del neofascismo. La crisi economica e sociale che dura da anni, alimenta la facile ricetta di contrapporre gli interessi di diversi strati della popolazione che sono parimenti vittime di questa crisi.
La mancanza di una risposta sul terreno sociale alla crisi, alimenta la ricerca di risposte sul terreno etnico, religioso, degli stili di vita. La principale responsabilità del governo e dell’Europa è proprio nel non dare una risposta alle forti esigenze di giustizia sociale, di lavoro e di diritti che emergono dentro la crisi.
In questa assenza prosperano i venditori di odio, che indicano nell’esistenza dell’altro la causa dei nostri problemi. E’ un “altro” che di volta in volta viene definito e creato ad arte. Possono essere i “diversi” che vivono fra noi: diversi negli stili di vita, nelle abitudini sessuali. Possono essere “diversi” perché vengono da fuori, e dunque hanno culture e religioni proprie.
La vigilanza e la lotta contro queste forze politiche e culturali è un tema di questi tempi. Dentro al campo democratico spesso si discute sul tipo di battaglia da dare, in termini culturali, politici e giuridici. Alcuni sostengono la libertà di diffondere idee neofasciste, razziste o sessiste se queste si mantengono nel campo della battaglia delle idee, se cioè non passano da dire al fare. Io credo che queste posizioni siano sbagliate. Se tu neghi a parole la mia esistenza, in quanto gay, rom, immigrato, o quant’altro, prima o poi troverai qualcuno disposto a passare dalle parole ai fatti.
Papa Francesco lo ha sintetizzato bene: “Se tu parli male di mia madre io ti do un pugno”.
Io dirò molto meno: se tu neghi il diritto ad esistere del mio fratello/sorella io ti impedirò di parlare. E’ partendo da queste fondamenta che la nostra costituzione impedisce la ricostituzione del partito fascista. E su queste basi che la nostra legislazione, e quella di altri paesi europei meglio di noi, puniscono la propaganda razzista, sessista, ecc.
C’è a mio modo di vedere uno spazio di “sacralità repubblicana” che va difeso nel discorso pubblico: non si può negare l’esistenza e la dignità di un altro essere umano.
Permetterlo, come manifestazione della libertà di pensiero o di un mal riposto relativismo culturale, significa preparasi a vedersi negare non solo la propria libertà di pensiero, ma quella ad esistere.
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