giovedì 26 novembre 2015

Stiamo facendo proprio quello che l’ISIS voleva ottenere?

Un coinvolgimento diretto dell’Europa nei campi di battaglia in Siria potrebbe essere ciò che si prefiggevano con gli attentati. Invece occorre un piano Marshall per il Magreb, per dare lavoro e dignità ai giovani arabi e sottrarli al reclutamento nelle fila dell’ISIS.

Michele Bonforte

Il sangue scorre nelle piazze d’Europa. Siamo attoniti, facciamo fatica a capire perché tutto ciò stia succedendo. Certo negli ultimi anni le stragi non sono mancate né in Europa, né soprattutto fuori dall’Europa. Ma quando migliaia di vite venivano falciate a Baghdad, in Kenya, o in Tunisia tutto ci sembrava così lontano, quasi da non coinvolgerci.
L’isteria che sta colpendo i media e le classi dirigenti tutte, è immemore di quanto e di come siamo stati coinvolti. Abbiamo fatto per 20 anni una guerra sistematica in questi territori, mettendoli a ferro e fuoco, educando una generazione di giovani alla violenza.
I discorsi più saggi nei media li ho sentiti fare da militari, che ricordano come le guerre si vincono sopratutto isolando il nemico, recidendo i suoi legami con la popolazione, con le aree di reclutamento. Reagire alla strage di Parigi andando a bombardare in Siria, potrebbe infatti alimentare il consenso verso l’ISIS da parte delle popolazioni colpite a casaccio dalla morte che viene dal cielo. Un coinvolgimento diretto dell’Europa sui campi di battaglia in Siria ed Iraq potrebbe essere ciò che ISIS si prefiggeva con gli attentati.
Oggi non è il momento degli isterici, che rischiano di portarci ad uno stato di guerra generalizzato. Non è il momento di chi in questi anni ha chiesto ed ottenuto guerra, creando i problemi di oggi. Blair ha chiesto scusa ed oggi evita di salire in cattedra a dirci cosa fare. Chi insieme a lui in occidente ed in italia ci ha portati sulla strada sbagliata delle guerra permanente, non ha ancora chiesto scusa, e continua nella follia di proporre l’uso della guerra come mezzo prevalente per affrontare la crisi in medio oriente. Forza Italia e la Lega Nord erano al governo quando portarono l’Italia in guerra in Iraq. Oggi subiamo le conseguenze di quelle scelte scellerate. 20 anni di guerra hanno aggravato il problema invece di risolverlo. Questo è il punto da cui partire per pianificare le azioni da intraprendere nel breve e nel medio periodo.
  • Certamente nell’immediato occorre alzare il livello di attenzione su quelli che possono essere i terreni interni di reclutamento da parte dell’ISIS. Sorprende come ciò sia fatto poco e male. L’ISIS si batte sul terreno dell’uso dei social media, della raccolta di informazioni. C’è evidentemente qualcosa che non va nei servizi di informazione europei, che va rapidamente messo a posto. Così come nell’immediato occorre sostenere le milizie curde, le uniche in grado di fermare sul campo l’ISIS.
  • Occorre recidere i canali di sostegno e finanziamento all’ISIS. Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Omar vanno posti di fronte alle proprie ambiguità. Questi paesi, per contrapporsi all’Iran ed alle sue intenzioni egemoniche nell’area, non hanno esitato a soffiare sull’irredentismo dei sunniti nell’Iraq del dopo Saddam. Si sta combattendo una guerra che usa anche la divisione religiosa fra diverse confessioni mussulmane, dove ogni attore persegue propri fini. Questa guerra miete decine di migliaia di vittime, in prevalenza di religione mussulmana.
  • Ma l’elemento strategico, quello che può nel medio periodo, cambiare le sorti di questa guerra, è comprendere le basi sociali su cui si regge il reclutamento dell’ISIS fra i giovani dei paesi arabi.  Occorre prosciugare il mare di disperazione sociale che dai paesi del magreb alimenta le file dell’ISIS. In Egitto, in Algeria, in Tunisia ed anche in Marocco, la popolazione è prevalentemente giovane e senza lavoro. Le primavere arabe di pochi anni fa furono alimentate dal desiderio di benessere e libertà dei giovani arabi. Oggi quelle speranze sono state deluse, e milioni di giovani vivono senza prospettiva. Non è un caso che l’ISIS ha voluto colpire le loro fragili economie basate sul turismo estero, con attentati facili da organizzare che hanno avuto l’effetto immediato di un crollo del turismo prosciugando una delle poche risorse economiche disponibili. Ora a questi giovani disperati arriva la proposta di reclutamento dell’ISIS che fornisce una paga ed una identità.
Per questo occorre un massiccio intervento economico che integri le economie del magreb nel mercato comune europeo, un piano Marshall che dia lavoro ai giovani. E per quel che ci riguarda come Italia, intervenire subito in Tunisia, che potrebbe essere il prossimo paese a cadere nel caos.
Noi ora dobbiamo scegliere: possiamo impiegare le nostre risorse per bombardare e inviare soldati, ottenendo di sicuro un aumento del flusso dei profughi, e probabilmente nessun risultato concreto sul terreno di guerra. O possiamo impiegare le stesse risorse per investire in sviluppo ed integrazione economica nell’area del mediterraneo, inviando ingegneri e tecnici, antropologici e medici. I risultati non saranno immediati. Ma se perseveriamo alcuni anni, saranno migliori di quelli che qualunque strategia puramente militare ci potrà dare.

mercoledì 4 novembre 2015

Fuga dal partito della nazione. D'Attorre, Galli e Folino lasciano il Pd.

Michele Bonforte

La consapevolezza che siamo ad un tornante storico, della cesura che rappresenta Renzi nella storia della sinistra, si diffonde sempre più. Mi pare interessante segnalare gli argomenti di chi, avendo resistito fino all’ultimo, oggi trova le parole per dare il senso di una scelta, quella di uscire dal PD, che è comunque la sconfitta di un progetto e di una propria storia personale. 

Alfredo D’Attorre ha rilasciato una intervista a Repubblica in cui risponde alla domanda sul perché non sia rimasto per opporsi alla segreteria Renzi aspettando il congresso nel 2017.
"Perché il Pd ha subìto un riposizionamento completo e una mutazione genetica. E' una forza centrista che finisce per guardare più volentieri verso settori della destra che a sinistra ed è illusorio pensare che sarà soltanto una parentesi. Il Pd non è il Labour o l'Spd, non ha 100 anni di storia, quelli che ti permettono di passare dalla stagione di Blair all'epoca di Corbin. Ha pochi anni di vita, è per la prima volta al governo e quello che fa adesso lascerà un segno indelebile. La discontinuità di Renzi è qualcosa di diverso da una normale alternanza tra segretari".
E alla domanda su cosa fare alle prossime elezioni comunali risponde:
“Dove c’è la possibilità di aprire un confronto [con il Pd] noi ci saremo, dove si realizzerà il partito della Nazione la sinistra esprimerà un candidato alternativo”. In caso di ballottaggio, la scelta potrà cadere sul Movimento Cinque Stelle.

In poche righe vi sono le sfide che si pongono a chi, come noi di SEL, intende percorrere la strada della ricostruzione di una forza politica di sinistra in Italia.
La storia del PD sembra concludersi nella nascita di una forza centrista, che cerca di rappresentare gli interessi dei ceti sociali che da decenni sono stati il serbatoio del consenso della DC e di Berlusconi.
Questa involuzione potrebbe aprire un ciclo neoconservatore lungo o, ancora peggio, spingere i ceti popolari nelle braccia di un nascente polo reazionario a destra, come avviene già in altri paesi europei.
Per questo la sinistra deve stare fuori dal PD, e costruire una offerta politica ad esso alternativa lavorando alla sconfitta del renzismo. E siccome siamo in un sistema politico maggioritario, quando saremo chiamati a scegliere in un ballottaggio (vuoi che sia per i comuni, vuoi che sia per il governo del paese) fra candidati del PD e del M5S, sceglieremo a partire dai programmi, privileggiando chi da risposte ai problemi sociali, a quelli ambientali, ai diritti civili, all’emergenza democratica.