giovedì 27 novembre 2014

Non a mio nome

All’attenzione di:
Titti Di Salvo, Luigi Lacquaniti, Fabio Lavagno, Gennaro Migliore, Martina Nardi, Ileana Cathia Piazzoni e Nazzareno Pilozzi


Michele Bonforte
caro/a compagno/a,
la tua scelta di lasciare Sinistra Ecologia Libertà, per aderire ad altri gruppi parlamentari, è stata per me fonte di profondo malessere.
Non sono fra quanti credono nell’idea di un mandato imperativo dato dagli elettori agli eletti, anche per il sol fatto che non si saprebbe chi dovrebbe giudicare e come il rispetto di tale mandato. Per questo penso che, malgrado non lo abbia condiviso, la tua scelta di condurre la tua battaglia politica da un’altra postazione stia all’interno della facoltà di ogni parlamentare ha di interpretare il mandato politico ricevuto.
Quello che invece non riesco ad accettare è l’aver sostenuto il jobs act, in modo, si apprende dai giornali, determinante per la sua approvazione alla camera dei deputati. Non riesco ad immagine come possa aver inteso il consenso ricevuto dagli elettori che hanno votato Sinistra Ecologia Libertà, in modo da renderlo compatibile con il sostegno all’abolizione dell’art. 18, al demansionamento coattivo, alla telesorveglianza dei lavoratori, ecc.
Avresti potuto, come altri del PD, segnalare il tuo dissenso nel merito del provvedimento. Hai invece scelto di permetterne l’approvazione.
Credo che in questo caso tu stia disattendendo la sostanza politica del consenso che hai ricevuto. Stai facendo l’esatto opposto di quello che hai detto, contribuendo così ad allargare il solco fra rappresentanti e rappresentati.
Voglio proprio che tu lo sappia: quando ho votato pensavo fosse chiaro cosa pensavamo dei diritti dei lavoratori. Tu ora stai agendo con la forza del mio consenso, ma contro la mia volontà.
Quello che fai non è a mio nome.


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scrivi anche tu agli ex deputati sel

DISALVO_T@camera.it,
LACQUANITI_L@camera.it,
LAVAGNO_F@camera.it,
MIGLIORE_G@camera.it,
NARDI_MARTINA@camera.it,
PIAZZONI_I@camera.it,
PILOZZI_N@camera.it

mercoledì 26 novembre 2014

La sinistra che vorrei, la sinistra che verrà.

Michele Bonforte

La mutazione genetica del PD di Renzi, apre alla sua sinistra spazi di speranza o di disperazione. Se prevarrà l’uno o l’altro scenario dipenderà da cosa farà nei prossimi mesi la sinistra rissosa e frantumata che ci ritroviamo.
La disperazione è quella che potrebbe portare milioni di cittadini, spesso lavoratori, precari e/o disoccupati, al disincanto, alla fuga dalla politica, a farsi coinvolgere in avventuristiche iniziative di stampo populista.
La speranza è quella di costruire uno spazio politico a sinistra che sia in grado, per idee e dimensioni, di condizionare il quadro politico, di condizionare cioè ciò che concretamente si fa.
Per realizzare tale speranza occorre rimuovere le scorie che hanno frantumato la sinistra in questi anni, superando due errori capitali che sono alla base della sua attuale inconcludenza: il minoritarismo ed il verticismo.

Il minoritarismo è quella attitudine di proporsi come piccola area antagonista e settaria che dice cosa non va, che può anche suggerire cosa andrebbe fatto, ma che è incapace, qui ed ora, di dire come e con chi si potrà governare il paese per realizzare queste proposte. Se questa attitudine era ammissibile 10 anni fa, oggi essa è fuori dal comun sentire anche del più arrabbiato oppositore dello stato di cose esistenti.
Tutte le sinistre nate in europa, e fuoriuscite dal paradigma del 900, si pongono l’obiettivo di governare, sfidando la sinistra moderata al coraggio di una coalizione. Lo fa la Linke in Germania, lo fa Syriza in Grecia, la fa Podemos in Spagna. La sinistra moderata spesso preferisce l’alleanza con la destra in esperienze di grande coalizioni, che quasi sempre rafforzano la destra e svuotano la sinistra moderata. In Grecia tale tendenza al suicidio ha portato il Pasok ai minimi termini, e ciò oggi permette a Syriza di candidarsi al governo come la forza principale.
In Italia la situazione appare diversa, ma lo è per come si è arrivati alla grande coalizione: Bersani ha perso elezioni già vinte, per l’ossessione di voler coinvolgere le forze di centro, per la paura di fare cose di sinistra sotto l’occhio della troika europea. Renzi ha solo tirato le dovute conclusioni: se non voglio/posso governare con un programma di sinistra perché avrei l’Europa contro, tanto vale allora imbarcare la destra, e slittare il PD su posizioni centriste. La grande coalizione in Italia è a geometria variabile (con Berlusconi con un piede dentro e uno fuori), e soprattutto sta incubando la trasformazione del PD da partito di sinistra moderata a partito di centro di stampo europeo.
Questa sembra la specificità italiana con cui fare i conti nei prossimi anni, se beninteso una sinistra ci sarà.
Il verticismo è quella attitudine a proporre e creare meccanismi decisionali elitari, esclusivi dei più.
Lo strumento partito per come l’abbiamo conosciuto, sembra incapace di reggere nei propri confini organizzativi la domanda di partecipazione e di decisione che sale dal popolo di sinistra, che è presente nella nuova dimensione della vita quotidiana di tutti noi, innervata di connessioni e condivisioni sui social network. Partecipazione e decisione che derivano dal cambiamento che in questi ultimi decenni ha diffuso fra le classi subalterne conoscenze, competenze e capacità intellettuali. Uno strumento, il partito, nato quando i pochi che avevano competenze intellettuali si proponevano come dirigenti dei più che erano prevalentemente legati al lavoro quotidiano, spesso pesante e che difficilmente lasciava spazio per altre attività.
La realtà è fortemente cambiata nel corso del ‘900 ma lo strumento partito è rimasto pressoché immutato.
Ma fra i meccanismi verticisti, alla fine il partito è il meno peggio, perché almeno ha propri rozzi meccanismi di verifica interna. Peggio sono quei tentativi che, in critica ai partiti, recuperano metodi dell’800, in cui circoli intelletuali, cerchi magici di relazioni private, si pongono sopra il campo disastrato della sinistra, dettando dall’alto delle loro torri d’avorio regole e percorsi. L’esperienza dell’Altra Europa ha avuto questo virus al suo interno: la totale autoreferenzialità di un gruppo di garanti che tenevano a distanza qualunque sistema di verifica democratica.

Nel nostro piccolo in Emilia Romagna non ci siamo fatti mancare il nostro gruppo illuminato (che ha prodotto la lista L’altra Emilia Romagna) che ha rifiutato di sottoporre ad un vaglio democratico ampio la scelta delle alleanze, come proposto e poi fatto da SEL.
In molti casi minoritarismo e verticismo sono strettamente intrecciati, poiché l’uno rafforza l’altro elemento. La sinistra che verrà deve archiviare questi due vizzi.

Rifiutare il minoritarismo non vuol dire deporre i propri argomenti. Anzi dovremo essere radicali. Radicalità vuol dire sapere cosa fare, avere le idee giuste per risolvere i problemi, non girarci intorno per tutelare interessi di ristrette cerchie sociali. Ma non vuol dire affatto ignorare l’esigenza che per fare, occorre costruire una coalizione di forze, trovare un’intesa. L’esigenza di creare coalizione potrà guardare sia verso l’evoluzione che avrà il PD, sia quella che potrà avere il M5S.
Una forza di sinistra ampia, capace di attrarre un 10% dell’elettorato può condizionare il quadro politico e rendere possibili cose che ad oggi sembrano inimmaginabili. Una sinistra smembrata in tanti piccoli pezzi non incide, e dunque non esiste.

Ancora più urgente è emedarsi dal vizio del verticismo.
La sinistra che verrà dovrà darsi una organizzazione. Il partito novencentesco è uno dei modi possibili di organizzarsi. Quel partito è stato pensato e costruito nel ventre del movimento operaio per dare forza ai ceti subalterni. Ma questi ceti sono cambiati, anche per i risultati conseguiti in quei decenni (ad esempio la scolarizzazione di massa) e per le trasformazioni nel mondo della comunicazione e della produzione con l’avvento della rete.
Mentre il PD scivola verso un uso passivizzante della partecipazione con lo strumento delle primarie, il M5S sperimenta gli strumenti nati nella comunità mondiale del software libero.
La democrazia partecipativa è l’orizzonte su cui si deve muovere la nuova forma organizzativa della sinistra, con un uso intenso della rete e delle assemblee, inventanto e sperimentando un metodo misto, dove si possano costruire in rete le proposte, si possano incontrare fisicamente gli interlocutori, e si possa decidere nel modo più ampio e più rapido possibile. Oggi velocità della decisione non è in contraddizione con ampiezza dei decisori.
Una radicale fondazione democratica e partecipativa della sinistra è quello che oggi corrisponde allo sviluppo dell’essere sociale. Qualunque ritrosia alla sperimentazione democratica non ha scusanti.
O andiamo avanti verso la forma organizzativa delle classi subalterne del 2000, o semplicemente la sinistra sparirà.

venerdì 21 novembre 2014

Perché Sinistra Ecologia Libertà, e perché proprio io

 Michele Bonforte
Spiegare perché si accetti di candidarsi ti può portare a un complicato discorso politico, o a proporre vuoti slogan per rendere indispensabile la tua persona. Così non è. Io lo faccio per dare una risposta ai tempi cupi che viviamo. Come momento dell’impegno politico e sociale che ha caratterizzato la mia vita. Perché non sopporto di stare a guardare mentre tutto precipita verso un futuro ostile ed incerto. Perché sento la responsabilità verso le future generazioni (e i miei figli) di provare a lasciargli un mondo migliore.
Quel che sento è già stato detto con parole per me  inarrivabili, per cui semplicemente ve le ripropongo:

Dici per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era cominciato.
E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai. 
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
un’apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.
Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto?
Su chi contiamo ancora?
Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi.
O contare sulla buona sorte?
Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta oltre la tua.
A CHI ESITA - di Bertolt Brecht