martedì 31 maggio 2016

Vecchi per il Si? E’ autolesionismo.

Michele Bonforte

La riforma della Costituzione di Renzi, tocca fra l’altro anche i rapporti fra le autonomie locali ed il governo centrale. Dopo anni di sbornia federalista imposta dal PD con la modifica del titolo 5°, che ha ingenerato un conflitto permanente fra Stato e Regioni, ora si torna indietro. Ma non si torna al testo originario, prima cioè delle manomissioni da apprendista stregone fatte dal PD. Non si ritorna cioè alle autonomie locali, ma un neocentralismo che depaupera gli Enti Locali di molte competenze e costituzionalizza la loro finanza derivata da decisioni dello Stato.
Già oggi gli enti locali subiscono tagli e rimaneggiamento della fiscalità sulla base di esigenze di cassa dello Stato e delle esigenze elettoralistiche del premier di turno. Ora tutto ciò viene, confusamente, portato nel testo costituzionale.
Come è naturale i cittadini si rivolgono più facilmente agli enti locali che non al governo, anche solo per la prossimità dei Sindaci rispetto alla lontananza dei Ministri. Per questo la centralizzazione delle risorse e delle decisioni risponde al criterio generale di riduzione democratica che informa la proposta di Renzi.
Per queste ragioni un Sindaco dovrebbe sostenere il rafforzamento dei Comuni a prescindere, non la loro riduzione in dependance del governo centrale.
Prevale sul merito e sugli interessi dei cittadini, la genuflessione al nuovo imperatore Renzi. Chi spera di far carriera politica nel PD sa bene che alle prossime elezioni i deputati ed i senatori, grazie anche all’italicum, verranno nominati da Renzi e non eletti dai cittadini.

Chi oggi partecipa alla vandea istituzionale renziana può sperare di essere premiato e purgato da precedenti e non opportune collocazioni.
Con questa “deforma” costituzionale saremo meno liberi, e saremo anche più poveri. Ora prendiamo atto che avremo anche un personale politico locale più prono e meno capace di rappresentare gli interessi dei cittadini che li hanno eletti.

Dopo i giganti che hanno fatto la nostra costituzione assistiamo al mercatino delle pulci delle convenienze personali.
Non è per questo che i cittadini votarono Vecchi 2 anni fa.

sabato 21 maggio 2016

No ad una involuzione autoritaria della Costituzione

Michele Bonforte
La riforma della Costituzione che Renzi vuole imporre al paese tocca decine di articoli, e ovviamente contiene anche alcune cose positive. Ma per approvare un passo condiviso bisognerebbe ingoiarne decine decisamente indigesti. La cifra globale, insieme alla legge elettorale iper maggioritaria già in vigore, è quella di una torsione autoritaria senza precedenti. Il nemico numero uno è la sovranità elettorale: si sostituisce il Senato eletto dai cittadini con quello nominato dai partiti. Invece di eliminare il Senato, lo si mantiene in piedi per riempirlo di esponenti politici provenienti dalle regioni e dai comuni, probabilmente alla ricerca di protezione dall'attenzione dei giudici.
La possibilità di nominare i componenti della Corte Costituzionale viene consegnata di fatto al partito che conquista la Camera e le Regioni con i premi di maggioranza. Basta cioè un 30% scarso di voti per fare quello che oggi la Costituzione permette a chi rappresenta almeno il 70% degli elettori.
La stessa Camera dei Deputati diventa subordinata al Governo nell'attività legislativa, diventando di fatto una sede di mera ratifica degli atti del Governo. E qui, ancora una volta, la nuova legge elettorale peggiora di molto la situazione. Non solo perché consegna la maggioranza dei seggi a chi non ha la maggioranza fra gli elettori, ma perché permette ai partiti di scegliere con i capilista bloccati oltre l'75% dei deputati, che diventano non scelti dagli elettori ma nominati e legati da un rapporto fiduciario al segretario del partito che li ha nominati.
Si congegna così un meccanismo istituzionale adatto ad ogni avventura autoritaria, l'esatto opposto dello spirito di chi la Costituzione la fece per chiudere con il ventennio fascista.
Per questo assistiamo allibiti all'intenzione del PD sempre più manifesta di trasformare Reggio Emilia nella capitale del SI a questa riforma costituzionale. Si assiste allibiti alla violenza verso la storia di questa terra, al reclutamento coatto della memoria e dei simboli della sinistra e dell'antifascismo ad uso e consumo dell'avventurismo renziano.
Le istituzioni locali vengono irreggimentate a questo bisogno propagandistico, gli esponenti dell'ANPI attaccati perché non si piegano al diktat di Renzi.
Il comune di Reggio Emilia ha voluto giustamente ricordare il 70° anniversario del suffragio universale. Ma il convegno legato alla ricorrenza viene piegato dal sindaco Vecchi e dall'assessora Maramotti alle esigenze propagandistiche del PD di Renzi. 70 anni fa le donne conquistarono il diritto di voto. Con questa riforma della legge elettorale e della costituzione, oggi rischiano di perderlo (insieme ai maschi) per una buona quota. La ministra Boschi rappresenta questa sottrazione di libertà e non certamente la conquista del diritto di voto per tutte le donne. Altre e con ben maggiore levatura potevano presenziare il convegno, ma il PD ha inteso far coincidere, come sempre più spesso gli capita, i propri interessi elettorali con l'attività istituzionale del Comune.
Da Reggio Emilia deve partire la resistenza democratica contro l'avventurismo renziano. Il sindaco Vecchi farebbe bene a ricordare che questo governo toglie risorse ai comuni, e questa riforma della costituzione toglie poteri agli enti locali.
Noi di Sinistra Italiana lo ricordiamo bene. Non è per questo che i cittadini votarono Vecchi 2 anni fa. Di certo su questa involuzione non avrà il nostro consenso, ma il nostro più netto dissenso.

giovedì 5 maggio 2016

Mafie a Reggio Emilia: i compiti della politica.

Michele Bonforte

La diffusione della criminalità organizzata ha delle pesanti conseguenze per la vita della comunità che abita in quel territorio. Quando non insinua la paura, di certo distorce la vita economica, corrode le relazioni sociali, inquina la vita quotidiana e la allontana dalle istituzioni democratiche. Ecco perché è impossibile non accorgersi di quanto stava avvenendo. Ed ecco perché la politica se ne deve occupare prima che inizi il lavoro dei magistrati e della polizia, che intervengono ad accertare reati dopo che gran parte dei danni sono già accaduti.
Avere la consapevolezza che la ‘ndrangheta a Reggio Emilia c’è stata, e c’è tuttora, significa accettare che vi è stato una corruzione del corpo vivo della nostra comunità, e che occorre porvi rimedio prima che i danni siano ben maggiori.
Significa essere consapevoli che determinate decisioni, a prescindere che siano più o meno giuste, creano le condizioni favorevoli per l’ingresso del crimine organizzato. 
Le grandi opere (come la TAV) e l’accento posto sull’espansione edilizia negli anni passati hanno realizzato queste condizioni. Anche se come sinistra siamo stati fortemente critici di quella stagione, non pensiamo affatto che chi era a favore fosse un sostenitore della criminalità organizzata. Ma aver ignorato quanti segnalavano che quelle erano occasioni ghiotte per il crimine organizzato, perché si diceva, Reggio Emilia aveva gli anticorpi, è stato un errore. E nel campo della sicurezza l’errore peggiore è quello di sentirsi immotivatamente sicuri, lasciando campo aperto ed inosservato all'azione dei “cattivi”.

La criminalità organizzata prospera se vi sono determinate condizioni.
Serve un fiorente settore dell’economia criminale da cui ricavare ingenti rimesse (droga, prostituzione, racket, usura, scommesse). Questo settore a Reggio Emilia c’è, ed è stata finora insufficiente sia l’azione di repressione, che la comprensione che occorre sottrarre al crimine organizzato questi mercati, legalizzando droghe e prostituzione. Chi finora si è opposto a questi provvedimenti ha di fatto dato alla criminalità organizzata la condizione ideale per insediarsi.
Serve poi un modo per investire e ripulire questi proventi. A Reggio Emilia l’edilizia facile è stata per 20 anni la lavatrice dei fondi neri della criminalità. Chi ha avviato questa stagione del mattone facile, proprio mentre a livello nazionale si allentavano i controlli sui cantieri e sugli appalti, ha creato il terreno di coltura ideale per l’espansione della ‘ndrangheta. Decine di professionisti ed imprenditori reggiani sono stati reclutati per costruire l’impalcatura legale di questo sistema, la superficie di contatto “presentabile” fra il tumore criminale e l’economica locale.
Ma la differenza fra una banda di criminali pura e semplice e il fenomeno mafioso come lo conosciamo in Italia, è nell'insediamento sociale, nell'esistenza di un’area grigia che non commette necessariamente reati, ma che ricava indirettamente un beneficio e può esprimere sostegno e consenso. Una parte, anche se piccola, della popolazione di provenienza cutrese, è stata interessata. Migliaia di persone e centinaia di piccole imprese sono state coinvolte, più o meno inconsapevolmente, nella catena di estrazione di soldi dall'economia criminale e di riciclaggio ed investimento nell’attività economica legale. La presenza di cittadini che provengono da Cutro data da molti decenni, ma la relazione fra queste persone ed il resto della città è stata subito incanalata in un rapporto fra entità distinte e diverse, sia per l’atteggiamento dei reggiani che degli stessi cutresi.
In un gioco degli specchi si è così favorita la crescita di una subcultura che si vede e viene vista come una specie di etnia, con una sua antropologia “altra”, una comunità separata ed incistata dentro quella reggiana. Tutto ciò ha favorito la presa della criminalità organizzata sulla parte più fragile di questa popolazione. 
L’errore più grande della politica reggiana è stata proprio quello della etnicizzazione della questione cutrese, del farne un bacino di consenso separato e riservato a rappresentanti di comunità. 

A colpire i crimini, dopo anni di sottovalutazioni, ci penserà finalmente la magistratura. Alla politica rimane il compito non di commentare cosa fanno i magistrati o discettare quanto sia grave il coinvolgimento penale dell’uno o dell’altro. Alla politica rimane da fare il suo mestiere: creare le condizioni perché tutto ciò non si ripeta. E dunque occorre discutere di come legalizzare il mercato della droga e del sesso, di come rendere preventivo il controllo delle imprese che agiscono nelle opere pubbliche, nei subappalti e nell'edilizia, di come si sostiene chi viene risucchiato nel giro dell’usura, di come circoscrivere l’area del gioco d’azzardo, ecc.
Per queste cose ci vorrà tempo, ci vorrà sopratutto una azione decisa del governo nazionale che finora pare disinteressato alla materia.
Ma da subito possiamo smettere di trattare i cittadini reggiani che provengono da Cutro come figli di un dio minore. Non servono le processioni a Cutro dei politici locali a dare spettacolo spesso senza capire quali messaggi stanno veicolando. 
Serve invece parlare con i cittadini reggiani, ivi inclusi quelli di origine cutrese, dei problemi che vivono a Reggio Emilia.
Possibilmente facendolo a Reggio Emilia.