martedì 22 dicembre 2015

Podemos: la sinistra oltre la sinistra?

Michele Bonforte
Una boccata di aria buona viene dalla Spagna. L’affermazione di Podemos si collega a quella di alcuni mesi fa di Syriza in Grecia. Non ci sono solo i neofascismi e i neonazionalismi che si diffondono in tutta Europa, specie nei paesi del nord e dell’est dove hanno conquistato il governo di paesi come la Polonia e l’Ungheria. C’è anche una agenda di idee per uscire da sinistra dalla crisi europea. La crisi sociale ed economica provocata dal liberismo e dalla dittatura dei mercati finanziari, sta sollevando onde sismiche che in pochi anni cambieranno il volto della politica e della cultura europea.
L’esempio spagnolo parla direttamente alla sinistra italiana. In Spagna una sinistra c’è, Izquierda Unida, ma non ha saputo dare rappresentanza a quanto ribolliva nella società spagnola, legata com’è tutt’ora a riti del secolo scorso.
Podemos avanza perché unisce le idee della sinistra antiliberista con la democrazia diretta, la partecipazione online e sul territorio.
Proprio quei metodi che nella sinistra italiana vengono sbrigativamente liquidati come “grillini”. Il 900 della sinistra si supera con una scelta integrale di democratizzazione del suo funzionamento interno. La  forma partito, che chi ha oggi più di 50 anni ha conosciuto, è incomprensibile a chi ne ha meno di 30 anni. Dentro SEL ho vissuto la fatica per aprire alla partecipazione, per fare consultazioni su scelte dirimenti, per proporre piattaforme democratiche sotto il fuoco di fila delle critiche di subalternità alla “finta democrazia” sul web.
Tutte critiche che hanno un fondamento di verità, ma che scartano sul punto centrale: oggi le competenze sono molto diffuse, gli orari della vita quotidiana sono diversificati: non ci sono riunioni che possano sostituire per coinvolgimento e approfondimento una @democracy correttamente organizzata, un uso sapiente ed integrato del web e delle relazioni dirette..
La sinistra italiana ha le idee, ma è consapevole che senza un metodo integralmente democratico è condannata al fallimento?
Per questo occorre rompere gli indugi: una nuova forza può nascere solo dallo scioglimento di quelle esistenti, dalla condivisione di un metodo di decisione che valorizzi la persona e la sua centralità nei processi decisionali.
Si comincia a Roma dal 19 al 21 Febbraio. Per la sinistra di tutte e tutti.

domenica 13 dicembre 2015

L’acqua di Reggio ed il centrosinistra

Michele Bonforte
coordinatore provinciale Sel Reggio Emilia

Sulla vicenda della gestione del servizio idrico a Reggio Emilia, SEL si è espressa dopo un dibattito che facciamo da mesi /anni. Anch’io, come i coordinatori del circolo Berliguer di SEL, pensavo e penso che la proposta avanzata dal sindaco Vecchi sia un buon passo in avanti rispetto alla privatizzazione. Vi sono numerosi punti oscuri sia tecnici che politici, che andranno attentamente valutati. Alcuni di queste criticità sono contenute nel documento che abbiamo approvato in Assemblea provinciale. Nella nostra discussione è prevalsa la volontà di valutare questi punti critici e di non dare per scontato il consenso di SEL ad una proposta che è apparsa ai più ancora una bozza. I fraintendimenti che la stampa ha voluto fare su quella nostra discussione andrebbero evitati fra noi.
Come coordinatore provinciale, al di là delle mie personali convinzioni, devo tutelare la trasparenza e la legittimità delle nostre decisioni.
E’ prevalsa una valutazione prudente sulla proposta della società mista. Alcuni erano per votare contro, molti per astenersi, altri (fra cui io) per esprimersi a favore.
Eviterei, come fanno i coordinatori del circolo Berliguer, di tracciare nessi fra la discussione sulla acqua a Reggio e l’esigenza di costruire il cento sinistra nelle città per arrivare ad una coalizione progressista nazionale.
Tralasciamo pure che su questo punto la federazione di SEL di Reggio Emilia ha più volte discusso e votato ad ampia maggioranza. Tralasciamo pure che l’orientamento espresso da SEL a livello nazionale è da tempo di un coerente lavoro per costruire una alternativa al PD di Renzi. Tralasciamo anche che su questo punto non penso che i coordinatori del circolo Berliguer esprimano l’opinione prevalente degli iscritti di quel circolo.

Vorrei invece sottolineare come la vicenda dell’acqua a Reggio deponga contro la vitalità delle esperienze locali di centro sinistra, e che, salvo situazioni di eccezionale autonomia e resistenza del PD locale dal vento renziano, tali esperienze siano al canto del cigno.
La vicenda dell’acqua a Reggio si è complicata per la decisione inopinata del PD reggiano di cancellare nel volgere di una notte, due anni di lavoro fatto da un suo assessore (Tutino) che studiava, con il supporto di una azienda di consulenza (Agenia), le modalità di pubblicizzazione dell’acqua al 100% in mano pubblica. Quel piano aveva dei difetti (ad esempio l’aver messo in secondo piano l’esigenza di un piano industriale per il nuovo soggetto pubblico), ma è stato affossato con una colossale bugia, che i media locali hanno colpevolmente coperto. La scusa che l’indebitamento pregresso di IREN, una volta spostato sulla nuova società pubblica, si sarebbe riversato sui bilanci dei comuni portandoli allo sfascio finanziario, non sta in piedi, non solo perché così dicono gli uffici competenti del parlamento, ma perché già oggi ci sono centinaia di società pubbliche locali che gestiscono investimenti (e relativi indebitamenti) decennali.

Come mai allora il PD reggiano si inventa una tale bufala?

Io credo con tutta evidenza, che da Roma qualcuno abbia comunicato al PD reggiano, che mentre si approntano i piani nazionali di privatizzazione delle multiutlity locali, non era opportuno dare segnali di segno contrario. Per questo il PD reggiano chiude la questione acqua in una nottata in spregio al programma di coalizione, e mettendo nel conto una rottura con SEL. La questione acqua a reggio ci parla di una possente pressione alla normalizzazione delle realtà locali di centro sinistra al nuovo programma di Renzi. E’ quello che è avvenuto ad esempio in tutte le città della nostre regione che andranno al voto, dove da Rimini a Ravenna e Bologna, SEL sta lavorando alla costruzione di liste alternative al PD.

Di fronte alla esplicita indicazione di SEL e del suo vicesindaco del rischio di una rottura, abbiamo registrato una capacità di ascolto e di mediazione da parte del sindaco Vecchi. Noi lo registriamo con piacere e vogliamo guardarci dentro.
Ma da qui ad indicare le magnifiche sorti progressive del centro sinistra nazionale ce ne corre! Si tratta più che altro di un eccezionalismo reggiano, di un tentativo di rimanere connessi alla storia profonda di questa città. Noi ne siamo contenti.
Ma è appunto un eccezione che conferma la regola. Ed il modo migliore che abbiamo di difendere questa eccezione reggiana è quella di costruire un nuovo soggetto di sinistra che si contrapponga al renzismo. Chiamando la sinistra che pure c’è nel PD a venire con noi, e a non attardarsi in battaglie interne ormai inefficaci.

Infine vorrei ricordare a tutti come il centro sinistra non solo non c’è più adesso, ma non ci sarà neache domani. Con la nuova legge elettorale oggi in vigore, o si entra nel PD o si costruisce una altro polo a lui alternativo.

Tertium non datur.

martedì 1 dicembre 2015

La disoccupazione e la media del pollo.

Il governo gioca con i numeri. Intanto la disoccupazione cresce.

Già Trilussa con la famosa media del pollo ci invitava a diffidare delle sintesi statistiche. Oggi la stessa diffidenza va esercitata nei confronti degli annunci a getto continuo del governo, che grida ai quattro venti l’inversione di tendenza nella disoccupazione per merito del jobs act. In Settembre 2015 si è registrata una diminuzione dello 0,1% del tasso di disoccupazione. Per quanto modesto, l’obbiettivo se raggiunto, ci farebbe felici. Ma purtroppo si tratta del solito gioco delle tre carte.
Il governo infatti ha dato enfasi al dato percentuale, ma ha messo in secondo piano i dati assoluti pubblicati dall’Istat.
I disoccupati sono calati di 35.000 unità. In termini assoluti, si tratta di un calo simile a quello degli gli occupati (- 36.000).
Come si spiega l’apparente paradosso che vede una riduzione dell’occupazione accompagnata ad una riduzione della disoccupazione? I dati dell’Istat ci dicono che gli inattivi (coloro che “apparentemente” non hanno bisogno di lavorare perché non lo cercano) sono aumentati di 53.000 unità.
Sarebbe un buon risultato se tutte queste 53.000 persone si trovassero nella situazione di non aver più realmente bisogno di lavorare perché hanno ottenuto in altro modo un reddito più che sufficiente. La realtà è che ben oltre i due terzi è dovuto all’incremento degli “scoraggiati”, cioè di coloro che non cercano il lavoro perché non credono di trovarlo. Ciò significa che nel mese di Settembre si sono creati circa 35.000 nuovi scoraggiati, ovvero persone disoccupate a tutti gli effetti ma non conteggiate come tali: una cifra che (magia dei numeri!), corrisponde proprio alla riduzione dei disoccupati “ufficiali”.
Il calo dei disoccupati a Settembre è spiegato non dall’aumento dell’occupazione, né degli effetti espansivi dell’economia, né dal Jobs Act ma, più banalmente, dal fatto che si sono trasformati in scoraggiati.
Il contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act (spacciato come contratto a tempo indeterminato ma in realtà un contratto con un periodo di prova di tre anni), non ha finora provocato una riduzione della disoccupazione.
Le recenti statistiche ci dicono che sono diminuiti altri contratti atipici, in particolare le collaborazioni, l’apprendistato e il tempo determinato. Assistiamo quindi a un processo di sostituzione tra contratti precari che presentano maggiore convenienza economica (quello a tutele crescenti che gode di forte incentivi, seppur in via di riduzione) e i vecchi contratti precari.
C’è poco quindi da stare allegri. Il governo ha investito 10 ml in incentivi per le imprese che stanno solo rimescolando il lavoro che c’è già. Di nuovo lavoro non c’è nemmeno l’ombra, e finiti gli incentivi, molti si aspettano una catena di mancati rinnovi dopo i tre anni di prova.
Purtroppo non vedo ragioni reali su cui fondare il trionfalismo del governo, salvo la solita propaganda.