venerdì 19 ottobre 2012

Profumo ….. di Gelmini

Esponenti vecchi e nuovi della classe dirigente allargata (cioè non solo politici, ma anche manager, giornalisti, ecc.) non perdono occasione per dichiarare solennemente che si esce dalla crisi solo con più ricerca e cultura. E’ un fiorire di convegni e seminari intitolati alla società della conoscenza, ai giacimenti culturali, alle risorse umane come componente strategica della competizione internazionale, tutte occasioni utili per una dichiarazione televisiva o un’intervista compiacente. Salvo che da anni con sistematica coerenza, si demolisce l’impianto della scuola pubblica. Fra questi ultimi la Gelmini si è distinta per aver portato il lavoro dei docenti al parossismo, con classi che possono arrivare a 32, tagliando nel contempo le risorse umane ed economiche alle scuole. I docenti hanno mugugnato, ma alla fine si sono adattati, spesso aumentando il lavoro volontario volto a recuperare gli alunni che si perdevano nelle classi pollaio. Io nella scuola ci lavoro. Faccio il tecnico, o come si dice in gergo l’ATA. E vedo come, a fianco di quei pochi che rinunciano e tirano i remi in barca, ci sono numerosi docenti che si danno da fare per offrire opportunità ai loro alunni. Inoltre, da alcuni anni mia moglie ha cambiato professione; da impiegata in un’azienda metalmeccanica a insegnate di lingue. Prigioniero anch’io dei luoghi comuni e delle legende metropolitane mi son detto che finalmente avrebbe avuto più tempo da trascorrere in famiglia. Invece, mentre prima si poteva contare sul fatto che alle 17,30 era in casa, oggi numerose volte arriva alle 18,30 e spesso si chiude in stanza per preparare verifiche, correggere compiti, contattare i colleghi (la trappola dei social network: lavori gratis senza saperlo). Poiché la scuola ha mezzi insufficienti, si è comprata un lettore CD e computer con casse audio, per proporre brani in lingua originale nelle varie classi. E ora fantastica sulla possibilità di acquistare un proiettore video, poiché quelli che la scuola fornisce sono spesso già prenotati o utilizzati da altri docenti. E’ evidentemente vittima della sindrome dell’insegnate missionario, ma senza questa sindrome la scuola pubblica sarebbe già crollata. E’ bene saperlo: quanto di meglio c’è oggi nella scuola si basa sul lavoro volontario dei docenti, sulla loro voglia di seguire gli alunni uno ad uno. Se timbrassero il cartellino farebbero montagne di straordinari, e quindi verrebbero fermati. La proposta del ministro Profumo sembra il naturale completamento del lavoro della Gelmini. L’innalzamento da 18 a 24 ore di insegnamento avrà come conseguenza la cessazione pratica del lavoro di arricchimento dell’offerta formativa che la parte più attenta ed attiva del corpo docente fa. Ed il peggioramento generalizzato della qualità nel rapporto scuola-alunni-famiglie. E’ un provvedimento ingiusto perché avviene a paga immutata, ed avrà conseguenze (che vedremo fra 5 anni) pesanti sulla qualità della formazione degli alunni, che poi sono i nostri figli. La Gelmini è riuscita ad ottenere l’ambito risultato di aumentare il tasso di abbandono scolastico. Profumo riuscirà probabilmente ad innalzare il tasso di analfabetismo. Questo dovrebbero sapere i parlamentari che si accingono a votare su questa proposta. E questo penso dovrebbero chiedere i cittadini a coloro che fra pochi mesi gli chiederanno il voto.
Michele Bonforte

venerdì 5 ottobre 2012

Primarie e concorsi di bellezza


L’iniziativa di 30 deputati PD, capeggiati da Fioroni, critici verso la candidatura di Vendola alle primarie, pone un problema reale, anche se con modalità decisamente rudi. Una coalizione che si candidi a governare il paese deve formulare un perimetro programmatico che tenga insieme tutti, e assicuri una navigazione tranquilla al futuro governo. E’ questo un problema che si pone sia con le coalizioni fra partiti distinti, che dentro partiti, come il PD, che sembrano contenitori di diverse tendenze.
Fioroni tende a risolvere il problema con un sillogismo inaccettabile: il PD ha un proprio programma, ed esso è di fatto il programma di colazione; chi lo condivide fa parte della colazione e dunque si può candidare alle primarie.
Noto come tale posizione non sia quella di Renzi (e di quanti lo sostengono nel PD) che dice “il programma si fa nelle primarie, chi vince propone il suo programma e il suo schema di alleanze”. Per cui secondo Renzi si può partecipare a primarie di coalizione con chi non ti vuole in coalizione.

C’è già da farsi venire il mal di testa.
Bersani propone un’altra variante; la coalizione condivide un programma minimo, i candidati propongono anche diverse letture programmatiche, ma dopo chi vince vincola tutti ad un programma comune. E se poi vi saranno divergenze su temi sensibili, tutto si risolve convocando l’assemblea dei parlamentari della coalizione e decidendo anche con un voto.
E se il mal di testa non vi era venuto sinora, adesso è assicurato.
Avessero dato ascolto a Vendola, che almeno da un anno chiede l’indicazione di un percorso per le primarie per la costruzione del programma su basi ampiamente democratiche, oggi non saremmo a questo punto: candidati che corrono, senza regole e date certe.
Ma siccome si fa con quel che c’è, meglio primarie dell’ultimo minuto, che decisioni calate dall’alto. Meglio che discutano e decidano milioni di cittadini del centrosinistra, che poche decine di dirigenti di partito.
Chiederei solo a Bersani (e Fioroni) di garantire agli elettori di centrosinistra gli stessi diritti democratici previsti dallo statuto del PD per i propri iscritti. E cioè che sulle grandi questioni su cui vi possono essere diverse posizioni dentro la coalizione, si preveda il referendum fra degli elettori. Come le primarie, ma in questo caso non sui nomi ma su singoli temi.
Un esempio per tutti. Cosa sarebbe successo se su acqua bene comune e nucleare si fosse deciso in una assemblea di parlamentari, o si fosse assunto il punto di vista che il PD aveva in quel momento?
Non vi sarebbe stata una fondamentale vittoria e una maturazione del senso comune su questioni che fanno oggi la differenza fra la cultura della sinistra e quella della destra.
Per questo oggi i referendum sul lavoro sono uno strumento a disposizione di tutto il centrosinistra per discutere con il proprio popolo un tema centrale nella crisi economica e sociale che stiamo attraversando. Più che demonizzare le posizioni altrui bisognerebbe avere il coraggio delle proprie idee, sottoponendole al vaglio di una discussione e di una decisione democratica.
Perché se c’è una cosa che la crisi della politica e dei partiti ci manda a dire è che i cittadini vogliono contare e decidere in prima persona, ampliando la sfera della democrazia partecipata e riducendo quella della democrazia delegata.
E le primarie, come i referendum, sono alcuni degli strumenti a disposizione dei cittadini per farlo.


Michele Bonforte