sabato 9 aprile 2016

Michele Bonforte a Decoder, trasmissione di Telereggio

Al centro della conversazione con il coordinatore provinciale di SEL i rapporti con Il Pd, che a livello nazionale sono sempre più conflittuali. Il referendum no triv. A Reggio Emilia si parla di Iren, acqua pubblica e della presenza della criminalità organizzata.



venerdì 4 marzo 2016

Renzi va alla guerra

Michele Bonforte

C’è una regola aurea nella tradizione politica italiana. Quando la politica interna non da soddisfazioni, si passa ad un interventismo spinto in politica estera.
Malgrado i proclami e le quotidiane esternazioni sull’Italia che cambia verso, tutti i sondaggi di opinione confermano il permanere del pessimismo sulla situazione economica del paese, che rimane fanalino di coda in Europa su occupazione e PIL.
Ora apprendiamo che in questi mesi, in gran segreto, si è preparato un piano di intervento militare in Libia. Gli Usa ci mettono la copertura aerea con i droni. L’Italia ci dovrebbe mettere le proprie basi militari (come al solito!) e alcune migliaia di soldati pronti a mettere i famosi "boots on the ground".
Che la situazione di disgregazione della Libia richieda un intervento deciso della comunità internazionale appare comprensibile. Che tale intervento sia prevalentemente militare e che sia assegnato all’Italia è un azzardo gravido di pessime conseguenze.
Appare utile ricordare come l’attuale situazione sia la conseguenza di un assurdo intervento militare di Francia ed Inghilterra (con l’Italia a seguito), che per destituire un dittatore (Ghedaffi) hanno fatto spazio a decine di autocrati tribali, e agevolato così l’insediamento del fondamentalismo jihadista a pochi chilometri dal nostro paese.
L’intervento italiano avverrebbe all’interno di un paese diviso ora su linee tribali, dove l’unico elemento di unificazione potrebbe essere proprio la lotta all’esercito di un paese straniero, che guarda caso è proprio quello che gestisce le risorse petrolifere con proprie aziende (ENI) e che ha una poco nobile storia coloniale alle spalle.
L’Italia sarebbe nella non invidiabile situazione di dover rispondere per gli “effetti collaterali” dei bombardamenti intelligenti dei droni, calamitando sulle nostre truppe e sul nostro territorio nazionale l’odio di un popolo che fino a pochi anni viveva nel benessere economico anche se non nella libertà. Né è da trascurare l’ipotesi che un nostro intervento militare richiami in Libia combattenti jihadisti dell’area, e trasformi ogni italiano che viaggi in Africa in un obiettivo per il franchising del terrorismo globale.
Renzi sta scherzando con il fuoco. Per distrarci dai suoi insuccessi interni, rischia di precipitarci nell’inferno di una guerra lunga e sporca.
L’alternativa c’è. Ed è quella di un intervento che usi le stesse risorse economiche che verrebbero bruciate nella guerra, per stabilizzare i paesi del nord Africa, a cominciare dalla Tunisia e dall’Algeria che vanno inseriti con clausole di vantaggio nel mercato comune europeo. E che dia sostegno anche militare a chi in Libia è intenzionato a combattere contro il nazismo jihadista. Come insegnano i curdi in Sira ed Iraq, i migliori combattenti sono quelli che si battono per la propria libertà.

Certo, una volta agguantata la vittoria, poi vogliono decidere da soli il destino delle loro terre. Ma, a meno che non coltiviamo insensati disegni neocoloniali, questo alla fine è un bene anche per noi.

sabato 27 febbraio 2016

La sinistra PD oltre il guado


Michele Bonforte

Enrico Rossi, presidente della regione Toscana, ha con un certo anticipo dichiarato di voler competere con Renzi, quando fra un anno ci sarà il congresso del PD. Forte di un certo gradimento nella sua regione, Enrico Rossi si propone di rappresentare le idee di sinistra in quel dibattito congressuale.
Poichè negli stessi giorni a Roma prendeva il largo il progetto di Sinistra Italiana, nasce il sospetto di un’operazione fatta solo per rubare la scena a chi chiama la sinistra a raccogliersi fuori ed in alternativa al PD di Renzi. O per prevenire una emorragia di militanti dal PD, offrendo loro qualcosa di sinistra a cui aggrapparsi.
Ma occorre almeno per un attimo prendere sul serio il proposito di Enrico Rossi. E porsi di conseguenza la domanda se il PD dopo tre anni di cura Renzi sia contendibile e riorientabile a sinistra.
Il progetto di Renzi di allargare e riposizionare al centro il PD, dopo numerosi intoppi, sembra negli ultimi mesi aver colto alcuni significativi successi. Al di là dell’impresentabilità di Verdini e soci, l’emorragia di parlamentari da Forza Italia alla maggioranza di governo non è una semplice manifestazione di trasformismo parlamentare, ma rappresenta un fenomeno reale presente nel paese.
Più visibile al Sud, ma presente anche in altre regioni, capicorrente del centro destra aderiscono al PD insieme alla propria rete di consenso. Il tesseramento al PD dopo anni di diminuzioni, registra nel 2015 una certa ripresa, malgrado vi siano significativi abbandoni da sinistra. Il PD sta mutando nel partito della nazione. Quello che prima era solo un progetto, oggi è un processo in atto. In molte città dove si andrà al voto fra pochi mesi, il PD si presenta con al fianco delle liste civiche di destra, in modo da offrire un ponte a questa auspicata migrazione di ceto politico.
Bisogna dare atto a Renzi della tenacia e perseveranza con cui prosegue il suo disegno strategico: spostare al centro il PD, per renderlo appetibile all’elettorato di destra.
Complici i grillini, anche l’occasione della discussione sul riconoscimento delle coppie omosessuali, è servito per fare un altro passo in quella direzione.
Imbarcare in maggioranza Verdini e soci, e dare un profilo “europeo” al partito della nazione, sensibile sui diritti civili quanto chiuso sui temi sociali.
Oggi la sinistra interna al PD denuncia il suo snaturamento. Ma ciò è avvenuto sopratutto attraverso l’emanazione di leggi lontanissime dai valori che ispirano la sinistra (jobs act, e sconto tasse alle case dei ricchi, per citarne alcune).
La difficoltà della sinistra interna al PD sta tutta qui: denuncia uno slittamento moderato del PD, ma ha votato in questi anni tutti i provvedimenti che l’hanno materializzato.
La sinistra del PD sembra difendere senza idee e forza il bidone vuoto del PD delle origini, richiamandosi spesso alla lontana epoca dell’Ulivo.
Ma il PD è cambiato non solo nelle idee che lo ispirano, ma anche nella sua composizione materiale, in modo che sembra ormai irreversibile. Se oggi si ponesse il tema di un ricambio della leadership di Renzi, ciò avverrebbe non riportando il pendolo a sinistra, ma consegnandolo a qualcuno dei giovani rampanti del cerchio magico di Renzi. E forse allora rimpiangeremmo quel po’ di sinistra che in Renzi pure esiste.
Se c’è una possibilità di cambiare il PD questa passa attraverso la bocciatura nel referendum costituzionale, e non chiedendo un congresso dove si registrerebbero i mutati rapporti di forza interni.

Avrà la sinistra del PD il coraggio delle proprie idee?
Oltre il guado del referendum costituzionale, nulla sarà più come prima.

domenica 21 febbraio 2016

I diritti civili nel frullatore dell'ipocrisia fatta politica

Michele Bonforte

I grillini non votano il canguro, perché non vogliono sporcarsi le mani neanche per ottenere un obiettivo storico. L'italia è ultima in europa nel riconoscimento delle coppie dello stesso sesso. Il M5S ha attratto milioni di voti per realizzare il cambiamento, ma ogni volta che l'obbiettivo è a portata di mano, quella mano la mettono in tasca. Come diceva Don Milani, a che ti serve avere le mani pulite se poi non le usi mai? Dietro questa posizione del M5S c'è il rifiuto della politica, che è conflitto ma anche mediazione. Altrimenti c'è solo la guerra per bande, e la ricerca di una purezza, che brucia su quell'altare il concreto e possibile avanzamento del nostro livello di civiltà. 
Se Il M5S piange, il PD di certo non ride. In quel partito c'è chi vuole i diritti delle coppie omosessuali, c'è chi invece li combatte come il peggiore dei mali. Come possono stare nello stesso partito ispirazioni ideali così diverse? Quel partito sta insieme per l'esercizio del potere e via via perde ogni propria caratterizzazione. Un gruppo agguerrito di cattolici fondamentalisti spesso amici di Renzi, sequestra il posizionamento laico del Pd.
Chi aderisce al Pd da tempo non sa da che parte dello spartiacque sociale si pone, se dalla parte dei diritti del lavoro o della finanza. Oggi non sa nemmeno se sta con i diritti civili o con l'oscurantismo fondamentalista. Più che un partito è una maionese. E qualora non avesse il potere in mano finirebbe per impazzire.

venerdì 5 febbraio 2016

La criminalità organizzata esce allo scoperto perché oggi è ostacolata

Michele Bonforte

La criminalità organizzata a Reggio Emilia c’è da almeno 25 anni. La presenza fu silente perché il clamore dell’opinione pubblica non aiuta un’opera di infiltrazione che, per essere efficace, è lenta e capillare.
Le condizioni favorevoli per l’insediamento della criminalità organizzata si ebbero alla fine degli anni 90 con il boom edilizio e la stagioni delle grandi opere. Chi studia la mafia e la ndrangheta da anni, ha più volte segnalato come i subappalti e la movimentazione terra siano i canali storici della penetrazione in una economia in espansione. A Reggio Emilia (ma anche in altre parti della nostra regione) le politiche di espansioni urbanistica e i grandi appalti come la TAV, sono stati il brodo di coltura della criminalità organizzata. Chi allora fece quelle scelte politiche senza prevedere meccanismi di vigilanza efficaci, ha di fatto, anche senza volerlo, spalancato la città alla criminalità organizzata.
Già allora forze politiche e sindacali, denunciarono questo rischio, anche se non mancarono le sottovalutazioni da parte di chi era al governo della città, pur in presenza di episodi violenti. La nascita della giunta Delrio avvenne proprio intorno alla chiusura della stagione dell’edilizia “facile” che stava distruggendo il territorio. Più volte da parte sindacale si denunciarono le conseguenze negative sui lavoratori di un sistema di subappalti che spesso si basava sul lavoro nero e lo sfruttamento della manodopera.
Non sempre tutti gli attori istituzionali allora ne furono consapevoli. E neanche la cosiddetta società civile.
Oggi l’inchiesta Aemilia fa emergere la capillarità della presenza della ‘ndrangheta. Ma fa emergere anche come non sia riuscita a penetrare in modo efficace nel mondo politico e nella pubblica amministrazione in modo da influenzarne l’operato.

La crisi economica e quella più profonda dell’edilizia, hanno colpito non solo gli operatori normali, ma anche il businnes criminale, con una intensità che ha frastornato i ndranghetisti. I loro tentativi di uscire da quella situazione sono stati spesso inefficaci, anche grazie alla nuova consapevolezza da parte della politica e della società civile. Oggi gli attacchi al Sindaco Vecchi avvengono perché questa giunta è un ostacolo a quegli interessi.
Sarebbe bene non dividersi di fronte alla necessità di combattere un nemico pericoloso. Ciò non vuol dire silenziare le critiche. Se vi sono proposte per cambiare o rendere più efficace l’azione dell’amministrazione comunale contro la criminalità organizzata ben vengano.
Ma è un errore credere che questa sia l’occasione per speculare qualche decimale di consenso puntando ad una generale confusione fra chi è colluso, chi non ha visto e chi invece contrasta la criminalità organizzata.
Così come è un errore criminalizzare i “cutresi” in quanto tale. Non solo si compie un inconcepibile offesa alla dignità di migliaia di persone che vivono e lavorano onestamente. Ma si commette l’errore politico di regalare la rappresentanza politica e la difesa degli interessi di un pezzo consistente della città a chi è disposto a venire a patti con la ndrangheta.
La lotta alla criminalità organizzata si fa vigilando sui settori economici a rischio (come le sale gioco, l’edilizia, i lavori pubblici, ecc) e sostenendo chi subisce in prima persona il ricatto criminale.
Tale lotta è più efficace se si coinvolge la popolazione nella definizione delle priorità di azione, poiché è più facile influenzare pochi isolati decisori, che non migliaia di persone che democraticamente discutono e decidono sul che fare.
Per questo, nel mentre rinnoviamo la solidarietà al Sindaco Vecchi, costretto a vivere sotto vigilanza, lo invitiamo ad approfittare di questo frangente per chiamare la città a discutere.
Così come facemmo nella definizione del programma nella bella e partecipata giornata al Centro Malaguzzi di due anni fa, oggi serve uno scatto democratico.

Perché il tagliando a questa giunta lo devono fare i cittadini, non le lettere di un inquisito, o la baruffa confusa di una politica attenta all’immagine e lontana dalla sostanza.